sabato 4 dicembre 2010

Serenata (di Ugo Mastrogiovanni)



 

L’aria marcava le stagioni,
c’era il verde allora,
c’era la fontana
a pacar la sete di passioni;
dai miraggi oscurata del progresso
non era complice la luna.
I tramonti magici e l’aurora,
e nei campi ci si lavorava.

Azzurri i cieli, fantastici
incisi con lampi d’infinito.
Serena, la voce di campana
rammentava la pace
e la confidenza con tutti
e l’indulgenza d’ognuno.

Attenta, s’affacciava la luna,
furtiva veniva a spiare,
sbucava fra i nembi,
si vedeva nel cielo vagare
e, volendo, potevi sognare.
I lumi eran pochi, così i lampioni,
regnava il silenzio
e la notte ammantava il mistero.

Ora, luci, bagliori e palazzi,
oscurano il cielo e stelle
tra folla, rumori e schiamazzi
le sere non sono più quelle.

Un tempo, ogni vicolo buio
celava un ingenuo segreto,
bastava un baglior di finestra
ed ecco ideata un’orchestra.

Progetti d’ingenua speranza,
pretesti di un cuore discreto,
ad impegnar la serata
tra canti, sospiri e baldanza:
la solita cricca schierata
d'accordo a far la serenata.

Qualcuno gridava al bordello
ma era vero, era sano, era bello.
(Maggio 2010)

Ugo Mastrogiovanni

Sedici anni (di Ugo Mastrogiovanni)




 

La dolcezza trionfale
di grazia infantile,
l’incontro fatale
mi ritorna in mente
dei suoi sedici anni.

Crepuscolare, fremente,
il pallore del suo volto
nel verde pallido degli elci.

Tremava,
e la strana magia della sera
accarezzava le felci
che sfiorando strappava.

Messaggi ed auspici d’oro
i suoi brividi freschi.

Fu stupendo, fu bello,
ma non la vidi più.

Non le torsi un capello,
né ci tornai laggiù.

 

(aprile 2010)                                        Ugo Mastrogiovanni

Il vespro (di Ugo Mastrogiovanni)





 

Bigio s’affannava il fiume
corrucciato
scrollandosi di dosso,
e dalle crespe schiume
le luci rosse della sera
e gli ultimi colori dell’estate.

Restava a galla solamente
il costume vano degli umani
i peccati tramortiti e ciechi
e lo sporco dell’intelligenza.

Ma da lontano, fortunatamente,
a fargli luce gli correva addosso
clemente un suono di campana
l’indulgenza del vespro
e la prece umana
dimentica del resto.




(febbraio 2010)

Ugo Mastrogiovanni

Il difetto (di Ugo Mastrogiovanni)




 

Era retto, educato
era nato perbene,
sangue blu nelle vene
corretto e garbato,
solerte e accurato.

Disponibile e colto
la voce sommessa
parlava poco
ascoltava molto.

Eppure era assente.
A capo chino
fuso alla gente
non udiva niente,
neppure il vicino.

Se qualcuno gridava
non si voltava.

Un boato, uno schianto
non lo agitava.

Mai il passo interrotto
da un tuono improvviso,
da un urlo o da un botto.
Impassibile e amaro,
pensava qualcuno,
se pure uno sparo
di fianco all’orecchio,
insensibile il vecchio.

Ormai non è più
è solo un ricordo
quel vecchio incurante,
scontroso e distante.
In molti pensarono
fosse un balordo
Invece era buono
onesto e perbene
sembrava così
perché era sordo.

 

(novembre 2010)

Ugo Mastrogiovanni

giovedì 4 novembre 2010

Nubi




 

Sature d’azzurro,
poche,
indugiano nubi a farmi ombra,
tornano a letto.

 

Solitario sussurro dal mio petto,
certezza d’immutato affetto
per chi era il mio mondo,  
un eco nel vuoto. 

 

I miei cari e quelli che ricordo appena;
tutto ciò che circondo di rispetto
in questo fiume di pena
che m’inonda,

 

m’annienta ed incatena.





(1 maggio 2010)  (purtroppo non ricordo chi l'ha scritta del nostro gruppo)

L'orto



L'orto


 

Dove tu m’aspettavi
il ruscello ancor disseta l’orto
e il fringuello disegna le sue zolle
lesto raspando in fra i solchi irrigui.

 

Fiducioso aspetta, come tu facevi,
e non sospende la sua lunga attesa.
E tu m’aspettavi,
ma io, a torto, ero altrove.

 

È sempre lì la cinta di colline
di quando mi baciavi all’alba,
e anche se difesa dalla messe
temevi che qualcuno ti vedesse
e tremando, col far del giorno scappavi.

Eppure nessuno passava,
né certo guardava
quel solivago schivo col bastone bianco
che fischiava ai merli.

Tuttor rivivo il peso dell’addio
di quando, come l’elce diramava l’ombra,
solo mi lasciavi,
segno che il sole risaliva a Dio.

È rimasto com’era il paesaggio,
ma nessuno di te ricorda nulla,
sol’io e la mia mente scialba
che non volle comprendere il messaggio
di quella tenera e magica fanciulla
che germogliava e appassiva all’alba.

(Agosto 2010)        (purtroppo non ricordo chi l'ha scritta del nostro gruppo)

 

mercoledì 8 settembre 2010

D'esistere - di Michelangelo Cervellera (Giondalar)

 


D'esistere

Scrivo ancora,
fiumi di parole
su nuda solitudine.
Ripiombi.

Svegliandoti
dal sogno del vagito
primordiale,
andando oltre.

Sino
alla prima stella,
sino al pulviscolo più antico,
sino
al vuoto sconosciuto,
che vuoi sia tuo.

Ti riempi di assenza,
per non vivere, per non essere,
per non essere mai esistita,
invochi la bella signora
per tornare nel nulla.

Tu
mio amore,
vuoi farci camminare
nel
deserto
senza speranze,
sui sentieri dell'orrore.

Sino a perdere l'intima innocenza,
per cercare un'urna piena di niente,
per non stringere neanche un ricordo.

Novelli Prometeo,
a cui elargisci
un supplizio senza fine.

gridare nel vuoto senza suoni,
figlia, mamma, amore
e non sentir echi.

Perso,
mi lancio dal vuoto nel vuoto.


Michelangelo Cervellera (Giondalar) ©– 2010 ©