In un mondo in cui il rumore anestetizza, il silenzio può essere più colpevole delle parole. Questa poesia nasce da una sete che non si spegne, da un’urgenza che non chiede bellezza ma verità. È la voce di chi cammina tra le rovine e non si lascia addomesticare.
Inoltre questo testo è un esperimento per delineare un trittico, che in un programma di scrittura è riuscito, su questo blog non ci sono le funzioni adatte e quindi è tutto di seguito in verticale, mentre nel programma di scrittura ha tre colonne verticali affiancate.
La mia sete
La sete si sveglia
Non si placa.
È antica, la mia sete.
Beve rugiada all’alba
e da perse fonti sepolte.
S’infiamma,
quando i sensi desistono,
occhi che si chiudono per comodo
o labbra che tacciono
per facile
e violento asservimento.
Lame sottili di luce,
la sua risposta.
Il corpo trattiene la luce
L’anima mia,
un fiore d’acqua,
dove l’ingiustizia
tenta il passaggio.
Ma ogni onda
è preghiera d’amore,
che le brucia l’intento.
Non chiedo alle stelle
di illuminare la via.
Vorrei che il vero
non sia sepolto
sotto urla
e incenso di menzogne.
Che il buio
non venga vestito
di arrogante,
stolto silenzio.
Camminare nella crepa
Cammino nel mondo
tra rovine
vendute per civiltà,
mentre il gregge bela
echi di parole di morte,
mentre il sangue
forma fiumi
nelle crepe
della democrazia.
È la mia sete,
più forte
della sete stessa,
un dono
che resiste.
