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venerdì 9 dicembre 2011

L'individuo blasé (NicoleRIO)

2781622



 

E’ il circolo dell’abitudine,

pernicioso stato viziato dell’essere.

Servitù maniacale dell’insicurezza,

contraddittorio dubbio,

addolcisce la prosopopea della certezza.


Dipendenza allo stato brado.

E’ il silenzio che trama alle spalle,

la fuga dal vistoso noto,

inutile gesto automatico.


Contraffatto senso dell’Amore,

vincolo comunitario, ormai loffio.

Alienazione della creatività.


E’ l’impellente bisogno di chiaro di luna,

ardenti parole disperse nel fuoco,

coscienza matura del risucchio d’energia.

Empatia negata,

intelligenza non retributiva.

Lacuna d’intimità.


E’ l’inchiesta alla fluidità dell’inconscio,

l’intelletto approda in un simulacro.

Razionalismo individualista,

tesse la ragnatela del travaglio,

vuoto esistenziale.

Confisca dell’identità.


E’ il vento che scompensa l’istanza di testamento,

oscilla il vecchio dondolo di famiglia,

l’attesa nega il tempo.

Paradigmi di disorganizzazione spirituale,

metodo sperimentale d’estraniazione.

Spersonificazione dell’individuo.


E’ l’eccesso di stimoli nervosi,

inversione di stile.

Timore della nuova semina,

spiraglio dell’orgogliosa vecchia stagione,

in un campo mal arato.


Abbaglio di verità.




NicoleRIO

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domenica 14 febbraio 2010

A caldo. Al tramonto

albaA caldo indosso grondaie di te,
in collane di mitra puntati
a spalle d'ossessione.
A caldo rovisto in sedili contemplati da salotti d'utopia,
trasfigurata in espressività salubre.
A caldo volo in praterie di cioccolato,
fuso in corpi sparati
di vite coincidenti, per caso.
A caldo domino colombe di pace,
riversate in germogli di cieli,
avvolti in pittoreschi ringraziamenti d'argento.
A caldo mi ubriaco d'aria dedicata a batterie,
gocciolanti d'energia di giardini autentici.
A caldo cavalco nuvole di un precoce agosto,
ritagliato nel manto di gelo a denti stretti.
A caldo lavo l'anima della fantasia
nella sensuale sorgente dell'unità.
A caldo strappo i tuoi occhi alla sentinella di fuoco,
vigilante la terra dell'etere.
A caldo cucino ritratti di chimica,
snaturata in sacchi a pelo d Amore.
A caldo lecco finestrini di mondo,
trasudanti di fuorigioco
in panchine d'inverno.
A caldo mi addenso in vetri di scale,
aggrappate alla vita.
A caldo graffetto attenzioni
in un ponte levatoio di bisogni,
infettati da deformi riflessi
sulla neve dell'illusione.
A caldo inalo bandiere sventolanti
nel lungo miele della bassa.
A caldo saluto canzoni,
intonate in malinconica sete
d'assidua presenza spaziale.
A caldo siedo nel trono del trionfo,
se guardo te ascoltare il suono del cuore
che pietrifica il passato
in una presentificazione obliqua
di baci.

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sabato 9 maggio 2009

Idioma Idiota dell'Ideologia (NicoleRio)

Predico l’assoluta contrarietà,

tabula rasa del senso comune,

sfacelo dell’attendibile,

violento impulso di corrompere il penitenziario,

morte lenta dell’educato limite controllato.

Profeta della stravaganza,

trascrivo il mio testamento,

idioma idiota dell’ideologia.

Profezia che si autoadempie,

non aderisco alla mia vendita in sconto.

Nessun voto,

la necessità di trasgredire alla delega,

non integrata, rifiuto ogni tentativo di schedatura.

Godo nel chiudermi in un asociale cambio di respiro.

Oso l’impossibile.

L’unico lusso che mi porto appresso,

è un vizio giornaliero,

abusato e straziato,

gustando la tossica contraddittorietà,

nel desiderio nichilista di morte lenta.

Scelta di assurdità,

mi faccio le condoglianze,

annaspando nell’isolazionismo iconoclastico,

stendardo di disadattamento,

corto circuito fra omologazione e abrogazione.

Fraintendendomi,

mi rivelo, in intimità,

che per poco non muoio internamente,

e il mio scopo è illudermi

che il martirio sia solo una longeva fuga d’amore.

Apologia dell’odio,

strategia di rivolta suicida,

investo nel farmi investire,

condanno il sistema,

alla ricerca di un movente novizio.

NicoleRio

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lunedì 30 marzo 2009

Disturbo mentale storico-politico (poesia di NicoleRIO)

Guerra_by_mitho

Una guerra totalizzante,

di me stessa contro un comandante,

con pseudonimo ingombrante,

dalla personalità oltremodo arrogante,

vestito un po’ troppo elegante,

tornato dalla necropoli bruneggiante.

Espressione purtroppo non andante,

brizzolato non allettante,

nonostante la storia ripugnante,

camicia di forza dal sapor nauseante,

semina terrore con fare belligerante.

Bombarda il borgo privo di coagulante,

bulimico di fronte al potere affascinante,

per restare al volante,

di una colluttazione istruita da un aliante.

Barricata appagante,

il bandito reclama un braciere invitante,

catartico fuoco ossidante,

perché non basta di certo un calmante!

Cataclisma non previsto da nessuna cartomante,

un bordello catalizzante,

ed ecco che il cannone è violentato dal brigante.

Una regressione molto snervante,

a questo punto, preferivo giocar all’amante.

Infine, posa da soldato non curante,

torno alla reputazione di infante,

corro sotto una pioggia scrosciante,

imbevo le mie "Converse" in una pozza angosciante,

mentre la luna è fluttuante

e mi versa da bere in una notte sospirante.

Incontro un mutante,

aggrappato ad un galleggiante,

con una bocca spumeggiante

alla ricerca di un diamante.

NicoleRIO

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sabato 28 marzo 2009

Individualismo a mano armata- Poesia di NicoleRIO

sasnal_anarchia

In principio, un rampollo di vendetta,

regolamento di conti,

assetato di isolazionismo.

Una spremuta di raffinata sagacia,

drastica scelta,

frutto di un’imprescindibile vertenza diabolica.

Diatriba tra prescrizione esteriore

e codice interiore.

Comandamento di cambiamento.

Etica indiscutibile,

possesso valoriale nella storia,

contro la storia,

oltre la storia.

Libertà assoluta

di enunciare la propria essenza,

contro la tirannia dell’altrui volontà.

Rifiuto di un ruolo di successo,

imposto verticalmente.

Reticenza senza tregua,

tutela della propria sostanza,

contro ogni abuso.

Autorità suprema

di un Io che nega

la dittatura di un Me,

servile effigie di paternalismo,

che va alquanto di moda;

alcova di una massa opinionista.

Unione o disgregazione.

Scelta di fusione,

o verdetto di evaporazione.

Tra me e l’altro,

prediligo la mia firma.

NicoleRIO

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sabato 7 marzo 2009

Un petalo di rosa nel tappeto orientale (NicoleRIO)

hearts_by_bussoletti



Sfioro silenzi salienti e sadici.

Perlustro souvenirs,

con la flemma delle stagioni,

adagiandomi sull'accordatura della tua voce.

Annaspano in crucci, succubi

del dubbio e del timore.

In una calotta difensiva,

solitario plenilunio,

vigilo sul tuo sonno molesto,

accompagnando il tuo respiro.

Nella tua stanza,

condenso sulla tua pelle,

dipingo corpulenti vibrazioni,

sospiro, preda della felicità.

Tradisco una costellazione,

per gioire al rumore

della tua sigla rovente.

Vogliosa di diventare sigillo di desiderio,

rassegno le dimissione dal mondo scostumato,

mentre la coralità urla di disapprovazione e di contestazione.

Al tuo risveglio,

sarò solamente un petalo di rosa

nel tappeto orientale.

NicoleRio

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lunedì 2 marzo 2009

Il malato terminale (NicoleRIO)

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Le sirene dell’ambulanza decretano l’abbandono.

L’ultima corsa, a pregare dio, ormai senza fiato.

La bestia s’è impossessata della totalità.

Nella corsia, il malato terminale dorme di un sonno cupo.

Intorno alla bara sterilizzata, aleggia un triste risveglio.

Sordo, capta il suono delle campane.

Emulano il tintinnio dello scacciapensieri.

Cieco, guarda la pioggia rigare i vetri appannati.

Schizza, qua e là, tracciando un laconico sonetto.

Il conto alla rovescia è una lancetta che stride dalla parte del cuore.

Essere o non essere?!

Il prete celebra la sua funzione.

Fedele, accompagna il sacro, con la sua demagogia.

Nel suo viso, la rassegnazione, grigia, si distingue dal nero della tunica.

Racconta storie di unione con l’universale,

guardandolo con pena,

rendendo dolce l’amaro,

con quella stessa presunzione di verità, tipica dell’autorità.

Prelievo di disillusione.

Flebo di menzogna.

Parvenza di speranza.

La necropoli emana il gusto disinfettato e neutrale.

Oggettivo.

Razionalizzato.

Si va verso la morte,

con l’incoscienza di un bambino.

Le ultime cartucce della lusinga,

avvisano dell’esordio dell’accanimento terapeutico.

La scienza non conosce il rispetto dei limiti di velocità.

Ammanettato a una bara sterilizzata,

in una domenica tetra,

narcotizzato da flaconi di morfina,

succhia l’agonizzante sangue della carne della sua storia.

Sghignazza il suo scheletro malfatto,

alla vista del traghettatore.

Incontri anche a me.

Il corridoio è gremito di anime.

La levatrice indossa la divisa.

La torre d’avorio s’agghinda di germogli.

Si cala dalla botola,

discende la scala antiscivolo,

l’anima svolazzante,

pronta a ritornare,

in un nuovo grembo.

NicoleRIO

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giovedì 19 febbraio 2009

La nostra relazione (NicoleRIO)

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La nostra relazione è un covo di sangue,

un ciclo di discordia e tregua, in un giardino di gesso.

Oltraggio alla pubblica morale comune.

La nostra relazione è un fardello di delitti imperfetti,

un susseguirsi, a puntate, di ripicche e avversità.

Monitoraggio di corpi e menti.

La nostra relazione è una sfida alla clemenza del tempo,

un imperversare di sussurri di morte e di orgasmi di pensieri.

Voltaggio di potenziale energia, in presenza di salme.

La nostra relazione è un’icona di luce,

una gamma di spruzzate di giallo.

Ostaggio di baci, rubati alla vita in corso.

La nostra relazione è un ascendere dall’inferno,

un parto gemellare, nel giorno del suo funerale.

Appannaggio di specchio, su cui l’idea è planata, a stento.

La nostra relazione è l’ombra del sole,

un battito di ciglia infuocate.

Linciaggio dell’angolo di cielo, decaduto di morte violenta.

La nostra relazione è un gemito di ventre, lacerato dal niente,

un freddo pungente che richiama dolcezza.

Atterraggio in un davanzale, confine tra il proibito e il desiderato.

NicoleRIO

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giovedì 29 gennaio 2009

Il terrorista inerme (NicoleRIO)

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Nella città tanto civile,

finalmente, alzò il pugno l’ultimo vile.

L’avanzo di galera,

sfugge alla condanna della sua sera.

Il contadino stanco,

della dignità si fa vanto.

L’immigrato che scarseggia di cittadinanza,

prova rabbia per la loro noncuranza.

Il ricercatore privo di alimenti,

giace col cervello in tanti frammenti.

Il sacerdote ha perso la voglia di castità,

chiede venia per la sua mediocrità.

L’operaio insorge contro l’automatismo,

infila un chiodo in quel meccanismo.

Volge lo sguardo alla laguna, l’artista,

e se ne infischia.

L’ubriaco,

festeggia l’addio al celibato.

Spreme il suo presente, il senzatetto,

questo è il suo difetto.

Soldato di regime inadempiente,

solo il presente non mente.

E’ nostra questa ostilità,

la pancia che brama di verità!

Assedio al flusso di informazioni,

non vogliamo più violazioni!

Catapulta sul preconcetto,

fuoco all’abietto!

Rimangono i diritti di ieri,

niente più doveri!

Le ultime possibili Rivoluzioni,

dialogo, senza più discussioni.

Infezione da lutto.

Valori in un bicchiere asciutto.

Nuovo cromosoma millantatore,

al politeama nasce un nuovo attore.

Il dittatore alza la voce,

finisce sulla croce.

Eredità di altra vita,

speranza non più avvizzita.

Attacco alla portantina,

il nuovo s’eleva dalla cantina.

Soccombe il potere costituito,

l’ordine è, ora, sostituito.

Serenata di mitraglia.

NicoleRIO

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lunedì 12 gennaio 2009

IL NUOVO INVERNO, ETERNO INFERNO (NicoleRIO)

Il sogno non si è sacrificato alla profana attualità,

ma tu prosciugami ancora con la tua antica beltà.

L’indovino ha predetto un futuro malato,

la leggenda è un soliloquio mancato.

La profezia non si è tramutata in storia,

ma un circolo di riso però ha fatto Gloria.



Quasi tutto sembrò cambiato

e nella stanza nessun progetto avvalorato!

I disegni di ieri, preda dello zoom, son sfuocati

e della confusione si son così avvelenati.

Segno indelebile tracciato col permanente,

soffiano gli anni di un’età troppo incipiente.



Non c’è nulla di eccitante,

in questo perpetuo tramonto tremolante.

Sofisma inutilmente dilungato,

profanazione di un sentimento ormai datato.

Un fiore dentro una clessidra d’acciaio,

tempo calcolato con le pagine di un vecchio diario.



Divieto di far piano,

scivolare in un vano.

Prima fila figlia di un equivoco:

grandine a senso univoco!

Sporcata di magenta che cade lieve dal palcoscenico:

tutto intorno l’arsenico!



Dei tarocchi l’eremita,

perché già morta in questa vita!

Il folclore della città:

sinonimo di apaticità,

contrario di un sentimento loquace,

un corpo messo alla brace.



Oppio del niente,

violentemente affidato alla mente.

Trova la chiave dell’equilibrio fra aridità

e creatività!

Febbre di vena,

è lì la grande pena!



Dal lago evapora spiazzamento,

condensa in un’onomatopea di lamento;

illusione di una sorpresa artefatta,

giocherellare a generare la più originale disfatta.

Un giro di ruota,

senza ruote di scorta.



L’attesa di un ritorno nella notte si è addormentata,

sotto il profilo però di una speranza che era appena nata.

Lontano, in silenzio, a guardare un soffitto che non sa di unione,

regalarsi di passaggio uno sguardo sornione.

Un verbo al passato remoto,

esplicante un vuoto sottovuoto.



Strofe di una lunga vita,

da un tumore colpita!

Solstizio di parola mancante,

silenzio martellante.

Bloccato come un appeso,

ma dove è il contrappeso?





A coprire quel ghiaccio assopito

in un inverno già da un po’ concepito,

polvere di bellezza,

cadaverica magrezza.

Rimane nel quadro una faccia inquietante,

che puoi fissare solo per un istante.



Nel corridoio incrociare sconosciuti sorridenti,

ritrovarsi col coltello fra i denti.

Altalena fra l’essere donna fatale

e donna mortale.

Tante risate,

con la colpa di esser solo assetate.



L’imbarazzo di ridere di cuore,

perché possa nevicare un po’ di rumore.

La pelle grida di sete di oneste aspettative

e di voglia di attraccare in altre rive.

Il profumo di mirra,

affoga nella birra.



Negazione di coppia affibbiata,

perché esiste solo una storia sbagliata!

Disertore al controllo dell’amore,

quello però fatto solo di clamore.

Avvinghiato da un lucchetto,

dov’è il luogo tanto interdetto?



Segno di terra,

non farmi la guerra!

Siamo anime in gabbia

con una bancarella piena di rabbia.

Guardarsi e non vedersi,

guadagnarsi e arrivedersi.



Avrai ancora il coraggio di meravigliarti,

ed io di sorprenderti?!

Ci incontreremo all'alba di un giorno d'inverno

sarà l'eterno nuovo inferno.

Ma tu non amarmi nel terreno,

amami nell'eterico!

NicoleRIO

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