Ieri, queste affinità elettive erano stucco,
in questa mansarda negligente,
straripante di spazi galleggianti
in lacrime deformi.
L’equivalenza aveva un risultato affermativo,
il dietro le quinte annuiva,
nel melato connubio,
con il palcoscenico.
L’esalazione di tenerezza,
epicurea gelatina color ciliegia,
affondava su questa similitudine.
I nostri visi si intagliavano vicendevolmente,
in un congenito legame fraterno.
Gli specchi sillabavano i nostri nomi;
un sorbetto di carezze graffiava l’inquietudine
ma il quadro che si delineava già stava brindando
al busto sospeso in quella piazza,
uscita di scena, per opera di un emissario
dalla scrittura cuneiforme.
Ed il tempo è cumulativo
e i fratelli siamesi, divisi dall’oblò del ritmo,
divennero prigionieri di una favola,
estorta alla fantasia
e non più attuale,
una retorica nostalgia che seduce,
ma non sfama.

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