I fendinebbia che stagionano sul tuo selciato,
mentre tu abbozzi un’obiezione,
non irradiano fosforescenza,
sulla vignetta del rebus della tua esistenza.
Architetto di esplorazioni in lenzuola,
agganciate in fantasmi già perdenti,
imbrogli la tua virilità,
assecondando il connubio paura-orgoglio.
Avvinghiato alla tua canonica quiete imperfetta,
ti lasci invecchiare,
all’ombra di un’instabile promessa di futuro,
rifiutata, perché non espressa in carta bollata.
Non posso sottoscrivere un’assicurazione sulla tua vita
e, su questo imprevisto, c’impicco la mia saliva.
La stagione che squadri dal tuo loculo
è sbiadita,
come questa dissimulazione di metropoli.
Il culto del vittimismo ti vieta di desiderarmi,
coito proibito,
dall’immobilità del tuo anacronistico dilemma,
parassita del carpe diem.
Lo stampino da adulto prodigio,
incollato nel tuo temperamento,
viene santificato collegialmente.
Ma il nostro contratto routinizza l’inchino all’oscenità,
ed io, dissociandomi dal fare gli inchini all’attesa,
mortificata dall’indifferenza,
non posso che decollare dal tuo tentennare.

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