mercoledì 4 marzo 2009

NO ALL’AUMENTO DELL’ETÀ PENSIONABILE DELLE DONNE.

Da un intervento di un rappresentante della CGIL su Facebook

Nel vivace, appassionato e spesse volte, purtroppo, anche sconsiderato dibattito che si è scatenato sull’età pensionabile delle donne, un silenzio regna assordante: quello sulla vigente legislazione italiana, come se in Italia non ci fosse mai stata la legge 903 del 1977, meglio nota come legge di parità di trattamento tra uomo e donna, il cui articolo 4, tuttora in vigore, ha stabilito, da ben 31 anni, che le lavoratrici, se vogliono, possono continuare a lavorare fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini e ciò anche se hanno già maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia (60 anni di età e 20 anni di contribuzione).

Addirittura le lavoratrici del pubblico impiego possono continuare a lavorare come gli uomini del loro settore fino a 67 anni di età, in base a quanto stabilito dall’art.16, comma 1, primo periodo, del decreto legislativo 503 del 1992.

Di quale discriminazione parliamo quindi?

Come CGIL riteniamo che sia veramente singolare che venga interpretata come discriminatoria una norma che è stata pensata e voluta proprio per agevolare le donne, offrendo loro un’opportunità in più, quella di scegliere se continuare o meno a lavorare.

Andare in pensione a 60 anni non è un obbligo ma soltanto un’opportunità in più per le donne.

Discriminatorio e penalizzante sarebbe, invece, costringere le lavoratrici a lavorare obbligatoriamente fino a 65 anni, tenendo conto che già oggi l’età reale di pensionamento delle donne è più alta di quella degli uomini.

Non è un caso che le lavoratrici siano infatti quasi esclusivamente titolari di pensioni di vecchiaia: ciò è dovuto al ritardato accesso al mercato del lavoro, ai lavori saltuari, precari, stagionali, al part-time, alla frammentazione della vita lavorativa che spesso è piena di buchi per dedicarsi alla cura dei figli e dei genitori, ai licenziamenti in bianco per maternità ecc; mentre i lavoratori sono soprattutto titolari di pensioni di anzianità, vera prerogativa maschile tipica di chi ha iniziato a lavorare presto con continuità e senza le interruzioni dovute ai problemi familiari.

C’è da dire, inoltre, che con la riforma previdenziale del 1995 era sta introdotta in Italia la possibilità del pensionamento flessibile con età 57 – 65 anni, uguali per uomini e donne. Tale sistema è stato stravolto dalla controriforma Maroni (legge 243 del 2004) che ha introdotto anche nel sistema contributivo l’età pensionabile fissa: 60 anni per le donne, 65 anni per gli uomini.

Come CGIL abbiamo sempre sostenuto con forza la necessità di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile: prima di tutto perché un sistema contributivo senza flessibilità non ha un senso e, poi, perché la flessibilità in uscita è, a nostro avviso, l’unico strumento valido per coniugare una reale parità di trattamento tra uomo e donna con l’esercizio delle opportunità individuali e della libera scelta ed è anche l’unico strumento che permette un vero innalzamento delle età medie di pensionamento.

Non è un caso poi che di innalzamento dell’età pensionabile delle donne se ne parli sempre quando c’è bisogno di fare cassa. Anche questa volta si afferma che con i soldi risparmiati con l’aumento dell’età pensionabile delle donne si potrebbero fare tante cose per le donne stesse: sostegno al lavoro femminile, maggiori congedi per la maternità, maggiore accredito di periodi figurativi, servizi per l’infanzia e chi più ne ha più ne metta.

Il problema vero è che a fronte di un risparmio sicuro sulle pensioni non è per nulla automatico che le risorse vengano utilizzate per le donne. Anzi, il passato ci dimostra l’esatto contrario: anche nel 1992 furono promessi servizi in cambio dell’aumento dell’età pensionabile delle donne. Tutte promesse non mantenute. Il dato vero è che l’età pensionabile è aumentata, ma i servizi non ci sono, il lavoro di cura è ancora esclusivamente sulle spalle delle donne, la doppia presenza è una costante e se non ci fossero tante nonne ad accudire bambini ed anziani neppure le figlie giovani riuscirebbero ad entrare nel mondo del lavoro.

Inoltre, come ci si può fidare di un Governo che mira solo a fare cassa sulla pelle delle donne, dei lavoratori e dei pensionati per trovare risorse per sostenere le misere ed inutili misure del provvedimento anticrisi?

Come ci si può fidare di un Governo che finora non ha mai preso un provvedimento in favore delle donne mentre ne ha presi più di uno contro?

Ricordiamo che uno dei primi atti di questo Governo è stato proprio quello di cancellare la legge 188/ 2006, legge che era stata fatta dal precedente Governo proprio per evitare i licenziamenti in bianco delle lavoratrici in caso di maternità. Che dire poi dei provvedimenti sulla detassazione degli straordinari che non favoriscono certo le lavoratrici o delle ultime misure con cui è stato tagliato il fondo per la famiglia o del taglio operato alle risorse dei Comuni che dovrebbero erogare i servizi?

Come CGIL rivendichiamo il diritto al lavoro anche per le sessantenni contro i processi di espulsione, rivendichiamo la flessibilità e la volontarietà in uscita, rivendichiamo i servizi: in presenza di tutti questi fattori infatti non c’è bisogno di alzare l’età pensionabile perché è certo che le donne da sole scelgono di rimanere più a lungo.

Proporre peraltro di innalzare l’età pensionabile in questo momento appare veramente paradossale: siamo tutti consapevoli (o quanto meno dovremmo esserlo) che a pagare la crisi saranno soprattutto i soggetti più deboli, e quando diciamo soggetti deboli facciamo sempre tutti riferimento ai giovani, alle donne e ai precari. Non dimentichiamo che molte donne sono anche giovani e sono la stragrande maggioranza dei precari!

Contro chi snocciola cifre come l’onorevole Emma Bonino (solo il 46% di donne occupate in Italia contro una media del 60% in Europa, solo 18% dei bimbi nei nidi, salari rosa inferiori del 30% a parità di mansioni con gli uomini, 3,5 milioni di donne inattive perché devono svolgere i lavori di cura) per sostenere la necessità dell’innalzamento dell’età pensionabile diciamo che tali cifre le conosciamo anche noi e che proprio per questo ci appare veramente singolare che si ritenga prioritario affermare il principio della parità di trattamento tra uomo e donna, togliendo alle donne l’unica cosa positiva che hanno nell’attuale società e cioè la possibilità di scegliere se andare in pensione a 60 anni o continuare a lavorare.

Tutti gli studi della Commissione europea confermano che le donne in Italia e in Europa studiano di più, ma vengono assunte meno, hanno meno opportunità di lavoro, a parità di lavoro hanno retribuzioni più basse, hanno meno opportunità di carriera o sono addirittura costrette al licenziamento in caso di maternità, hanno lavori saltuari, precari, discontinui, part-time, hanno a loro completo carico il lavoro di cura …: a fronte di questa situazione innegabile come si fa a dire che l’unica soluzione possibile per garantire pari opportunità alle donne è quella di costringerle a lavorare cinque anni di più? E nella situazione di crisi in cui ci troviamo?

Se non ci fosse da piangere per la disperazione di fronte ad una così inutile e dannosa proposta, forse troveremmo il coraggio di ridere come si fa davanti ad un film caricaturale dell’horror.

::::::: ::::::: Postato da © liosafar ::::::: :::::::

Nessun commento:

Posta un commento