sabato 4 dicembre 2010

Il difetto (di Ugo Mastrogiovanni)




 

Era retto, educato
era nato perbene,
sangue blu nelle vene
corretto e garbato,
solerte e accurato.

Disponibile e colto
la voce sommessa
parlava poco
ascoltava molto.

Eppure era assente.
A capo chino
fuso alla gente
non udiva niente,
neppure il vicino.

Se qualcuno gridava
non si voltava.

Un boato, uno schianto
non lo agitava.

Mai il passo interrotto
da un tuono improvviso,
da un urlo o da un botto.
Impassibile e amaro,
pensava qualcuno,
se pure uno sparo
di fianco all’orecchio,
insensibile il vecchio.

Ormai non è più
è solo un ricordo
quel vecchio incurante,
scontroso e distante.
In molti pensarono
fosse un balordo
Invece era buono
onesto e perbene
sembrava così
perché era sordo.

 

(novembre 2010)

Ugo Mastrogiovanni

giovedì 4 novembre 2010

Nubi




 

Sature d’azzurro,
poche,
indugiano nubi a farmi ombra,
tornano a letto.

 

Solitario sussurro dal mio petto,
certezza d’immutato affetto
per chi era il mio mondo,  
un eco nel vuoto. 

 

I miei cari e quelli che ricordo appena;
tutto ciò che circondo di rispetto
in questo fiume di pena
che m’inonda,

 

m’annienta ed incatena.





(1 maggio 2010)  (purtroppo non ricordo chi l'ha scritta del nostro gruppo)

L'orto



L'orto


 

Dove tu m’aspettavi
il ruscello ancor disseta l’orto
e il fringuello disegna le sue zolle
lesto raspando in fra i solchi irrigui.

 

Fiducioso aspetta, come tu facevi,
e non sospende la sua lunga attesa.
E tu m’aspettavi,
ma io, a torto, ero altrove.

 

È sempre lì la cinta di colline
di quando mi baciavi all’alba,
e anche se difesa dalla messe
temevi che qualcuno ti vedesse
e tremando, col far del giorno scappavi.

Eppure nessuno passava,
né certo guardava
quel solivago schivo col bastone bianco
che fischiava ai merli.

Tuttor rivivo il peso dell’addio
di quando, come l’elce diramava l’ombra,
solo mi lasciavi,
segno che il sole risaliva a Dio.

È rimasto com’era il paesaggio,
ma nessuno di te ricorda nulla,
sol’io e la mia mente scialba
che non volle comprendere il messaggio
di quella tenera e magica fanciulla
che germogliava e appassiva all’alba.

(Agosto 2010)        (purtroppo non ricordo chi l'ha scritta del nostro gruppo)

 

mercoledì 8 settembre 2010

D'esistere - di Michelangelo Cervellera (Giondalar)

 


D'esistere

Scrivo ancora,
fiumi di parole
su nuda solitudine.
Ripiombi.

Svegliandoti
dal sogno del vagito
primordiale,
andando oltre.

Sino
alla prima stella,
sino al pulviscolo più antico,
sino
al vuoto sconosciuto,
che vuoi sia tuo.

Ti riempi di assenza,
per non vivere, per non essere,
per non essere mai esistita,
invochi la bella signora
per tornare nel nulla.

Tu
mio amore,
vuoi farci camminare
nel
deserto
senza speranze,
sui sentieri dell'orrore.

Sino a perdere l'intima innocenza,
per cercare un'urna piena di niente,
per non stringere neanche un ricordo.

Novelli Prometeo,
a cui elargisci
un supplizio senza fine.

gridare nel vuoto senza suoni,
figlia, mamma, amore
e non sentir echi.

Perso,
mi lancio dal vuoto nel vuoto.


Michelangelo Cervellera (Giondalar) ©– 2010 ©

martedì 23 marzo 2010

Viola -di NicoleRIO

viola-2
Viola emette raggi di metamorfosi a caratteri cubitali, una macroscopica trasformazione, in corsa, verso la celebre notorietà dell'incognita, un vento di occasioni che soffia, nella sua contingenza, tracciati di speranza.
Viola non è più un nome ispirato da una storia altrui, una corsia stradale, asfaltata chimicamente da poche righe di fantasia.
Viola, ora, è un colore definito e autoreferenziale; Viola, ora, ha scelto di dipingere se stessa.
In una tavolozza, ricamata di tentativi e ferite osannate, ripulita dalla sofferenza, intinge i pennelli della sua essenza, alla rinfusa; blu contemplazione, verde perseveranza, giallo libertà, grigio apatia, nero opposizione: un caotico arcobaleno in affitto, una distopia scaraventata in un quadro privo di cornice, un errare senza filo né labirinto, una camicia hawaiana dai bottoni aperti, una posta senza ricevuta di ritorno, un'assonanza parzialmente stonata, un'avanguardia di primavera.
Il solo colore che mai aveva potuto assaggiare, come fosse un frutto proibito, era il rosso passione, il rosso desiderio, il rosso amore, il piacere di essere amata, il rincorrere l'espansione dell'eccitazione, l'esposizione del sangue alla vitalità, l'abbandono all'istinto, il coprirsi con una tovaglia di stimoli, il coraggio di addormentarsi nel prato fiorito di gioia e quiete.
Hai incrociato il suo inconfondibile sorriso, una lampada al neon, nel cielo appannato e caliginoso, avido di imballaggi d'imperturbabilità, in un corridoio a senso unico, una stanza, dal cui soffitto fluttuavano delusioni, una stanza rattoppata con frammenti di soddisfazioni parziali, in sconto, una pentola che scaldava, ma cuoceva un magro pranzo, un tiro al bersaglio che offriva la sensazione di vincere, ma era, purtroppo, dinamico e virtuale.
L'hai raccolta dalla sua vita accademica, un'astratta e teorica escursione in laghi di cremazione degli istanti, nella sua guerra, infinita e ingenua, del separare il sale dal mare, convinta, così, di crescere; l'hai portata nel tetto della vita, a sfidare vertigini e a lodare il meritato riposo da squilibri e tensioni e a legare, a sbarre di ferro inossidabili, ricordi ossessivi e malinconie inutili, perversioni mancate e sconfitte cercate.
L'hai immaginata sdraiata in un cornicione di pane e rose, a guardare l'orizzonte senza occhiali da sole, senza davanzali su cui ergere barricate, senza una gola secca d'agonia, senza profili, ma solo facciate.
Per lei, hai riempito un calice di succo di fragola, per brindare alla corrente d'emozione, accesa da un dolce bacio, in quella pellicola d'alba che offriva l'energia solare per ringiovanire.
Hai creato infusi d'amore, hai cantato sogni di cuore, hai annacquato debolezze striscianti, hai scritto parole di zucchero, in tende appese a finestre con gli occhi rivolti verso oceani di "rosso".
Le hai dato biscotti d'attenzione, appiccicati non in post-it svolazzanti usa e getta, ma in cartoline d'affetto, in lettere ancorate a cuori in volo.
Al galoppo, hai riempito fascicoli di tenerezza, ninfee di parole dolci, fiumi di unione, saltando steccati di scetticismo, oltrepassando riserve, divorando esitazioni e dubbi.
Le hai donato portafogli carichi di sorrisi e abbracci a molla, sedimento di protezione.
Ti sei avvicinato a quel guscio corazzato, ma inerme, e senza neppure tirare un dado o consultare i tarocchi, ti sei iscritto al suo destino, appoggiando la tua firma nei suoi brandelli di ipotesi.
Hai annusato la sua tinta, vernice senza colorante, bellezza nascosta da una lista di maledizioni, piatto incontaminato su cui deporre la propria anima, tempesta da attenuare.
Hai rincorso la sua pelle, affondando in acque sincere e integre, abbracciando vite parallele e odore d'oriente.
Ti sei bagnato nelle correnti delle sue illusioni e dei suoi ideali; ti sei fatto avvolgere da coperte di stelle, scivolando in oasi di sole.
E, adesso, a piedi nudi, mano nella mano, appoggi la tua bocca sulla sua, penetrando la sua tonalità, donando a quella tinta, lucentezza e splendore, proiettando, sul muro della vita, i colori dell'iride.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::

lunedì 15 marzo 2010

Artigianato in offerta

filo_spinato_by_Allegra_Nutria




 

Rotoli di nervi cranici,
mosaico di specchi,
assennati da pozzanghere di teoria,
prospetti di soldati,
caduti in un dirupo di stelle,
innescano un cuore a orologeria
in bambole di pezza,
rincasate nell'ora del logorio.

Scaglie adottive,
avide di disaffezione,
s'arrampicano in torri d'avorio,
pietre d'indulgenti incrostazioni,
cemento putrefatto,
solidificato in un sole d'inverno.

Fili di seta,
in davanzali di sorrisi,
speranze invocate,
in gambe nostalgiche,
rammentano
ad acque di mare in vestaglia
sale di pazienza
ricucito in spiagge a pagamento
destinate a voli esperti.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::