sabato 26 settembre 2009

Passato prossimo

Gothic

Ieri, queste affinità elettive erano stucco,

in questa mansarda negligente,

straripante di spazi galleggianti

in lacrime deformi.

L’equivalenza aveva un risultato affermativo,

il dietro le quinte annuiva,

nel melato connubio,

con il palcoscenico.

L’esalazione di tenerezza,

epicurea gelatina color ciliegia,

affondava su questa similitudine.

I nostri visi si intagliavano vicendevolmente,

in un congenito legame fraterno.

Gli specchi sillabavano i nostri nomi;

un sorbetto di carezze graffiava l’inquietudine

ma il quadro che si delineava già stava brindando

al busto sospeso in quella piazza,

uscita di scena, per opera di un emissario

dalla scrittura cuneiforme.

Ed il tempo è cumulativo

e i fratelli siamesi, divisi dall’oblò del ritmo,

divennero prigionieri di una favola,

estorta alla fantasia

e non più attuale,

una retorica nostalgia che seduce,

ma non sfama.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::

giovedì 24 settembre 2009

Un decollo che paralizza l'immobilità

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I fendinebbia che stagionano sul tuo selciato,

mentre tu abbozzi un’obiezione,

non irradiano fosforescenza,

sulla vignetta del rebus della tua esistenza.

Architetto di esplorazioni in lenzuola,

agganciate in fantasmi già perdenti,

imbrogli la tua virilità,

assecondando il connubio paura-orgoglio.

Avvinghiato alla tua canonica quiete imperfetta,

ti lasci invecchiare,

all’ombra di un’instabile promessa di futuro,

rifiutata, perché non espressa in carta bollata.

Non posso sottoscrivere un’assicurazione sulla tua vita

e, su questo imprevisto, c’impicco la mia saliva.

La stagione che squadri dal tuo loculo

è sbiadita,

come questa dissimulazione di metropoli.

Il culto del vittimismo ti vieta di desiderarmi,

coito proibito,

dall’immobilità del tuo anacronistico dilemma,

parassita del carpe diem.

Lo stampino da adulto prodigio,

incollato nel tuo temperamento,

viene santificato collegialmente.

Ma il nostro contratto routinizza l’inchino all’oscenità,

ed io, dissociandomi dal fare gli inchini all’attesa,

mortificata dall’indifferenza,

non posso che decollare dal tuo tentennare.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::

mercoledì 23 settembre 2009

L'aggressione come strategia

L’aggressione come strategia
(Berlusconi non si fermerà)
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di GIUSEPPE D’AVANZO

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Chi abusa del suo potere, prima o poi, non tenterà più di affermare il principio della propria legittimità e mostrerà, senza alcuna finzione ideologica, come la natura più nascosta di quel potere sia la violenza, la violenza pura. Sta accadendo e accade ora a Silvio Berlusconi che, da sempre, dietro il sorriso da intrattenitore occulta il volto di un potere spietato, brutale, efficiente. Era nell’aria. Doveva accadere perché da mesi era in incubazione. Avevamo la cosa sotto gli occhi, se ne potevano scorgere le ombre. Sapevamo, dopo il rimescolamento nell’informazione controllata direttamente o indirettamente dall’Egoarca, che in autunno sarebbe cominciata un’altra stagione: un ciclo di prepotenza che avrebbe demolito i non-conformi, degradato i perplessi, umiliato gli antagonisti, dovunque essi abbiano casa. Dentro la maggioranza o nell’opposizione. Dentro la politica o fuori della politica. Nel mondo dell’impresa, della società, della cultura, dell’informazione.
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Nessuno poteva immaginare che l’aggressiva “strategia d’autunno” avrebbe provocato l’inedita e gravissima crisi tra il governo italiano e la Santa Sede aperta dalla rinuncia del segretario di Stato Tarcisio Bertone di sedere accanto al presidente del Consiglio in una cena offerta dall’arcivescovo dell’Aquila nel giorno della “perdonanza”.
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Perdono mediatico chiedeva Berlusconi al Vaticano e l’aveva ottenuto. Nella sua superbia, l’uomo deve aver pensato che Oltretevere lo avrebbe assolto e “immunizzato” anche per il rito di degradazione che, nello stesso giorno, il Giornale dell’Egoarca ha voluto infliggere al direttore dell’Avvenire, “colpevole” di aver dato voce alle inquietudini del mondo cattolico per l’esempio offerto da chi frequenta minorenni e prostitute, di aver usato parole esplicite per censurare lo stile di vita del capo del governo. Anche contro la Chiesa, Berlusconi ha voluto mostrare la prepotenza del suo potere e la Chiesa ha chiuso la porta che gli era stata aperta.
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Nelle ore di questa sconosciuta e improvvisa crisi tra Stato e Chiesa, quel che bussa alla porta di Berlusconi è soltanto la realtà che, per fortuna, alla fine impone le proprie inalterabili condizioni. Per cancellarla, nientificarla, l’Egoarca ha pensato di poter fare affidamento soltanto sul potere ideologico, egemonico e mediatico della sua propaganda, sull’accondiscendenza dei conformi e la pavidità dei prudenti sempre a caccia di un alibi. La “pubblicità” avrebbe dovuto rimuovere ogni storia, ogni evento (dalla “crisi di Casoria” alle stragi di migranti nel canale di Sicilia) sostituendoli con la narrazione unidimensionale e autocelebrativa delle imprese di chi ha il potere e, in virtù di questo possesso, anche la “verità”. Forse, si ricorderà la conferenza stampa di Berlusconi di agosto. Il racconto vanaglorioso di un successo ininterrotto, attivo in ogni angolo della Terra.
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Se le truppe di Mosca si sono fermate alle porte di Tbilisi scongiurando un conflitto Russia-Georgia, il merito è di Berlusconi che ha evitato l’inizio di una nuova Guerra Fredda. Se Barack Obama ha firmato a Mosca il trattato per la limitazione delle armi nucleari, il merito è di Berlusconi che ha favorito “l’avvicinamento” della Casa Bianca al Cremlino. Se l’Alleanza atlantica è ancora vegeta, lo si deve al lavoro di persuasione di Berlusconi che ha convinto il leader turco Erdogan a dare il via libera alla candidatura di Rasmussen. Se “l’Europa non resterà mai più al freddo”, il merito è di Berlusconi che ha convinto Erdogan e Putin a stringersi la mano dinanzi al progetto del gasdotto South Stream. Nel mondo meraviglioso di Silvio Berlusconi non c’è ombra né crisi. Non c’è recessione né sfiducia. Non c’è né sofferente né sofferenza. Non ci sono più immigrati clandestini, non c’è crimine nelle città, non c’è più nemmeno la mafia. Regna “la pace sociale” e “nessuno è rimasto indietro” e, per quanto riguarda se medesimo, “non c’è nulla di cui deve scusarsi”. Grazie ai “colpi di genio” di Berlusconi, anche i terremotati delle tendopoli all’Aquila sono felici perché “molti sono partiti in crociera e altri sono ospitati in costiera e sono tutti contenti”.
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Questo racconto fantasioso deve essere unidimensionale, uniforme, standardizzato, senza incrinature. Deve far leva su un primato della menzogna a cui si affida il compito di ridisegnare lo spazio pubblico. Soprattutto deve essere protetto da ogni domanda o dubbio o fatto. A chi non accetta la regola, quel potere ideologico e mediatico riserverà la violenza pura, la distruzione di ogni reputazione, il veleno della calunnia. Guardatevi indietro. E’ accaduto costantemente in questa storia che ha inizio a Casoria il 26 aprile, in un ristorante di periferia dove si festeggiano i 18 anni di una ragazza che, minorenne, Berlusconi ha voluto accanto a cene di governo e feste di Capodanno. Della moglie del capo del governo che dice “basta” e chiede il divorzio perché “frequenta minorenni” e “non sta bene” saranno pubblicate foto a seno nudo, le si inventerà un amante. Lo stesso rito di degradazione sarà imposto al giovane operaio che testimonia le modalità del primo contatto tra il 73enne capo del governo e la minorenne di Napoli; alla prostituta che racconta la notte a Palazzo Grazioli e le abitudini sessuali del capo del governo; al tycoon australiano che edita un Times troppo curioso; al fotografo che immortala l’Egoarca intossicato dalla satiriasi con giovani falene a Villa Certosa; all’editore di un giornale - questo - che si ostina a chiedere conto a Berlusconi, con dieci domande, delle incoerenze delle sue parole nella convinzione che è materia di etica politica e non di moralità privata rendere disponibile la verità in un pubblico dibattito. A questa stessa degradazione è stato ora sottoposto il direttore del giornale della Conferenza episcopale.
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Berlusconi non si fermerà. Dal cortile di casa, questo potere distruttivo - che ha bisogno di menzogne, silenzio, intimidazione - minaccia di esercitarsi in giro per il mondo aggredendo, dovunque essi siano, in Francia, in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti, i giornali che riferiscono della crisi dell’Egoarca, della sua irresponsabilità e inadeguatezza. Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico. Quel che si intravede è un uomo solo, circondato da pochi - cattivi - consiglieri, prigioniero di se stesso, del suo delirio di potenza, delle sue favole, incapace di fare i conti con quella realtà che vuole annullare. E’ un uomo, oggi più di ieri, violento e pericoloso perché nella sua crisi trascinerà lo Stato che rappresenta. Come ha fatto ieri, inaugurando il conflitto con la Santa Sede. E domani con chi altro? Non ci si può, non ci si deve rassegnare alla decadenza di un premier che minaccia di precipitare anche il Paese nel suo collasso.
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di GIUSEPPE D’AVANZO
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(29 agosto 2009)
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http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-22/aggressione-strategia/aggressione-strategia.html

::::::: ::::::: Postato da © liosafar ::::::: :::::::

venerdì 18 settembre 2009

In ricordo di Giustizia

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Il tricolore, ustionato dalla vergogna,
mentre l’Etica subisce un pesante infortunio.
Zittita ogni manifestazione per la libertà,
la priorità è recitare la litania
del compianto dei volontari.
La Patria restringe i confini,
ad un feretro.
Il nazionalismo,dettame riciclato,
sedativo dei piani alti,
non è rimasto un inedito.
Best seller, si appresta ad annunciare,
mediaticamente,
il lutto Nazionale e il trionfo dell’Ipocrisia.
Esorta il popolo a digiunare di consapevolezza
e a vivere nell’anoressia intellettuale.
Nella terra di Nessuno,
l’uomo probo ingoia saliva,
infettata da servitù e propaganda errata.
Estirpare e Colonizzare è il motto.
La Giustizia, intanto, si avvia al patibolo,
accompagnata dall’Unicorno.
Cavallo bianco,
simbolo di nobiltà e rettitudine,
lascia cadere l’emblema della neutralizzazione del veleno,
della penetrazione del divino
e la vergine, fecondata dalla vendetta,
attende la commemorazione degli impostori,
ribadendo che,
in questa sede,
il sangue dell’inavvertenza verrà solamente demonizzato

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::

giovedì 17 settembre 2009

Il paradiso degli opposti

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Giunti nella terra di mezzo,

l’esistenza incassa calamità,

attorcigliata ad un vincolo di rame,

la carne si avvia a prender sonno nella necropoli,

sfiora la mortificazione del corpo,

nell’illusione,

non troppo appassita,

di assassinare l’esteriorità.

L’assoluto è dittatore e

l’integrità è estemporanea

e, nell’incoerenza della contraddizione,

si gonfia una totale armonia dei contrasti.

Alle spalle di questo celere calar del sole,

girevole verso di vasi comunicanti,

esperibile tramite i sensi,

negazione di verità assolute,

confutazione fino a prova contraria,

e particolarismo che consuma il concetto,

nasce in appendice il tutto

represso dal niente.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::

Bevendo alla foce del relativismo

sfumature

Nel relativismo degli speculari vetri,

prisma di una pace colorata,

ossigenati dall’essenza fugace di un battito di nozioni,

balbetta la circolazione di idee

e il tempo scorre al contrario.

Incrociati come un susseguirsi di gocce di sangue,

calcolate da un innaffiatoio,

fanno trionfare l’ottica

che si proietta nell’infinito canto dell’etere

e il colloquio con l’iride,

in un ecumenico amoreggiamento con l’eclettismo,

che si sgancia di colpo la cintura

si fa subito disordine mistico,

ragione ascetica di trionfo

dell’anima versatile.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::

martedì 15 settembre 2009

Cronache di dolcezza e sospiri

Ora che alba e tramonto non sono più gli eredi dello stesso giorno, cosa mi resterà di questo fortuito incontro di binari incidenti, di questo odore invecchiato nel sudore di un sole scivolato in un’ipocondriaca pozzanghera, di questa immortalità rapinata al tempo che s’è appiccicata ai muri di una prigione, di questo attentato alla tua vita, di questa saliva asciugata dal silenzio di un punto di domanda che, come un’insegna, solidifica nel fango incastonato nel mio corpo imperfetto??!!?
Destinata ad ascoltare l’eco delle menzogne, in un grattacielo sospeso in un cinico giocare a nascondino, a riscaldare ricordi nel forno a microonde di una storia giunta all’epilogo, a promettere l’entrata nel mio corpo in cambio di un bonus di autostima, immacolata nel mio pensarmi già seppellita in una bara di controproducente romanticismo, rincorso dall’imitazione più adultera, ho scritto, nella lavagna del mio incauto viaggiare in apnea, un’atroce sconfitta del tentativo di dare presente ad un passato già scaduto.
Nell’atrio della novità, ho messo in sconto speranze, ho riempito sacchetti dell’umido di umorismo stagnante e di precarie scommesse, di parole insignificanti e di fantasie ormai stanche, di passi sfiniti nell’inquinata ingenuità del mio sorridere a manichini in vetrina, senza un corpo da donarmi.
Ho imbrattato la tua stanza di cuori spezzati, per poi invitarti, con l’alfabeto Morse, a ricomporre i frammenti di questo aborto di cuore, di questa anoressia di sentimento.
Per te, ho inventato un senso, nella galassia dei “perché”, annaspando in testimonianze dubbiose, cercando di risalire dall’abisso della paura di tutto quello che non riesco oggettivamente a spiegare.
Eppure ce l’ho fatta ad arrivare a strofinarmi sulla tua vita, scalando ritardi, verniciando orologi, purtroppo energeticamente in piena forma, soffiando l’attesa, sbuffando di fronte a sconosciuti che non portavano il tuo viso sul loro viso, scalpitando nel sentire che c’eri, ma non arrivavi ed io pensavo che questo giorno non mi avrebbe permesso di scrivere la poesia delle mie voglie sulla tua solitudine.
In quello scaffale di barattolini dal tenero contenuto roseo ho acquistato, solo per te, l’infinita dolcezza perché, con quella strategia, volevo lasciarti un segno indelebile, che mi si dimentica, forse, in fretta, e io volevo darti le chiavi del mio corpo, perché tu potessi inserirle e codificare la mia stranezza e la mia complessità.
E, nell’appiccicarmi in quell’universo in incognita quale sei, nel mio silenzioso intrufolarmi in ciò che non so, nel condizionare la tua partenza che, in quel biglietto,io ci vedevo un addio, nel mio sciogliermi debolmente in te, chiudendo gli occhi, cercando di soffiar via il mio lato oscuro, per non gettarti addosso la mia tristezza, generando l’ottimismo che non mi delinea, ho dipinto, nel mio viso, solamente tanti sorrisi, per regalarti un paio d’ore a immaginare l’amore con me.
E sui miei vestiti ci sei tu, sul mio sguardo ci sei tu, sulle mie scarpe e sulla mia bocca ci sei tu, ora.. ci stai tu sul mio voler diventare aria, perché, così, potresti respirarmi a pieni polmoni, potresti soffocarti di me, non mi vedresti, ma sarei in ogni stanza della tua vita, attorcigliata su di te.
Ora che mi assillano i dubbi e non so cosa ti ho lasciato in questa fermata di vita, che non so se mi desideri e se mi desideri, accontentandoti di una magra consolazione, o se mi desideri perché, anche tu, senti il bisogno di sovrapporti in me.
Ora, che non so cosa rimarrà del tuo fare il solletico alla mia giovane età, del tuo scendere e risalire la mia schiena, puntualizzando ogni centimetro di pelle, del tuo sguardo che, lente di ingrandimento del tuo osservare, ha scrutato scrupolosamente le serrature del mio essere… e del tuo rullare sulle mie gambe, del posare le tue mani nella mia buffa capigliatura e del suonare la mia voce e del nostro incastrare le nostre dita e del nostro stringersi uno dentro l’altro, mentre io mi sentivo quella neonata nell’incubatrice ed io a chiederti, allora, il tuo corpo in affitto per evaporare su di te e nascondermi tra le pieghe della tua maglietta.. e cosa rimarrà del tuo sfiorare le mie curve, del tuo lasciar, pian piano, crollare le barriere, del tuo sguardo assorto, del nostro toccarci e del tuo morbido generare nuovi alfabeti usando i simboli della mia pelle.
Ora, che non so proprio dare risposta ai quesiti che percorrono il sentiero della mia razionalità.. che non so proprio cosa volerà via e cosa, invece, si perpetuerà di questa realtà, di questa folle realtà, strappata a morsi, nell’atto di chiedere a te protezione, proprio a te, che non ne ho neppure il diritto, di avanzare richieste, di ingaggiare te per sconfiggere la mia paura, soldatino impaurito, ma sempre più forte di me.. io che ho scelto te, a scatola chiusa, rischiando tutto, nel mio ascoltare l’istinto e, ora, non so neppure se la mia mente si è fottuta un ingranaggio e si è, così, immaginata un tenero incontro o se quelle due ombre che si salutavano e si stringevano nel loro lasciarsi andare via, nel silenzio di un arrivo di un treno che ha, miseramente, decretato la morte di un incontro, sottratto alle vite ufficiali, rubando tempo al tempo, era, invece, la semplice sommatoria di un Noi.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::