venerdì 20 marzo 2009

L'Onda

L'Onda "prigioniera" nella città universitaria
di Katia Ancona e Laura Mari

In nome del nuovo protocollo sui cortei, nel giorno dello sciopero della scuola gli studenti dell´Onda ieri sono stati caricati tre volte dalle forze dell´ordine che hanno impedito agli universitari di varcare il cancello della Sapienza e andare in corteo fino al ministero dell´Economia. E venerdì il comitato provinciale per l´ordine e la sicurezza discuterà degli scontri di martedì a Roma Tre.

«Non era mai successo prima d´ora che gli studenti che volevano uscire in corteo dalla città universitaria venissero caricati così brutalmente. I divieti, i protocolli e le manganellate - prosegue Francesco rappresentano l´idea di democrazia del sindaco Alemanno e del governo Berlusconi. Ma la nostra protesta non si fermerà - avverte Brancaccio - l´Onda tornerà in piazza il 28 marzo contro il prossimo G8 e il dissenso dei giovani studenti riempirà le piazze». Ma a quanto avvenuto ieri mattina alla Sapienza ha suscitato le immediate reazioni di tutto il mondo politico.

«Le cariche della polizia sono il primo frutto avvelenato del protocollo sui cortei» ha detto il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, che già nei giorni scorsi aveva duramente contestato il protocollo. Solidarietà bipartisan agli studenti dell´Onda è stata espressa non solo dai collettivi di Roma Tre e dall´Unione degli Studenti, ma anche da Lotta Studentesca, formazione giovanile di Forza Nuova, che giudica «inammissibile che ad una pacifica contestazione studentesca si risponda con la violenza». Completamente opposto il punto di vista del rettore della Sapienza Luigi Frati, che parla di un «corteo non autorizzato» e di «regole da rispettare». Un´opinione in linea con quanto dichiarato dal sindaco Gianni Alemanno, che ha voluto sottolineare come «il protocollo ha il compito di evitare la proliferazione di cortei di 300-400 persone che bloccano la città. Rispettiamo il diritto a manifestare ma dentro le regole - ha proseguito il primo cittadino - e invito tutti alla calma e a disarmare qualsiasi tendenza alla violenza politica».

A schierarsi contro il protocollo sui cortei e il conseguente atteggiamento adottato ieri dalle forze dell´ordine contro gli studenti dell´Onda sono gli esponenti della sinistra capitolina. «Le nuove regole sui cortei rappresentano un cavillo per impedire il sacrosanto diritto di scioperare e manifestare» attacca il segretario romano del Pdci Fabio Nobile, mentre Paolo Cento dei Verdi definisce «inaccettabili» le cariche della polizia e l´assessore regionale al Bilancio Luigi Nieri ribadisce che «la libertà di espressione e di dissenso è più importante della cieca applicazione di un discutibile protocollo anti-manifestazioni». E venerdì prossimo in prefettura, nell´ambito del comitato provinciale per l´ordine e la sicurezza si discuterà di quanto avvenuto martedì all´università di Roma Tre, dove gli studenti dei collettivi di Scienze Politiche hanno denunciato di essere stati aggrediti da alcuni esponenti di Azione Universitaria.

Repubblica,19 marzo 2009

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domenica 15 marzo 2009

L'uomo comune travestito da asceta (NicoleRIO)

Asceta_by_cicciobuontempone

Appollaiata su un divano damascato,

incrocio le gambe a “U”,

interseco la tangente delle tue imprese discordanti,

una muraglia lentigginosa e muschiata.

Strofino la mia lingua,

nell’atmosfera,

pregna di tabacco.

L’attaccapanni, in disuso, si riveste.

E’ rimasto inchiodato,

nel mio smalto scolorito.

Ci vuole ben altro per sedurmi!

E’ sempre troppo poco conveniente

traslocare dagli abiti dell'Asceta

sempre troppo scortese

vestirsi da Uomo Comune,

rincorrendo la nudità

con le regole

del cattivo gusto.

Contro la corrente di un fiume convalidato,

lucidi la lampada dell’occultismo e della spiritualità,

bersaglio del materialismo,

impastando le mani nella carne cocente.

L’arte di venire a galla,

primaria forma di conoscenza.

Invasata, di fronte ad un voto di scambio,

detesto la doppiezza del tuo volto:

un giorno asceta,

il giorno dopo puttana.

Cultura d’informazione,

ansia di diventare capacità,

non solo espositiva,

ma intelligenza manifesta,

senza perplessità.

Ascolta bene:

l’amore universale

è fremere

di desiderio

e, osservando

la stessa vibrazione

in altri occhi,

scorgere

gli istinti

farsi schiuma

contro

gli

scogli.

NicoleRIO

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Fausto e Iaio - 31 anni dopo

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Milano. Sabato 18 marzo 1978.
Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare come un'altalena. Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci. Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio. Loro sono due ragazzi che vestono come una volta: jeans scampanati,camicione a quadretti, giubbotti con le frange, capelli lunghi. Di sabato, a quell'ora, percorrono via Mancinelli, la strada che divide in due il quartiere Casoretto.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato, buio. Trecento metri che mettono paura.
La loro vita scorre come la trama di un film e i ricordi sono rapidi. Quelle giornate passate a suonare al Parco Lambro, sognando la California, l’India, il Messico, sempre lì, pronti ad ascoltare chi torna da mete lontane, ognuno dentro la sua piccola verità. La memoria si rincorre come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young, di Keith Richard e Mick Taylor dei Rolling Stones. Le voci degli amici, delle ragazze, le lunghe discussioni politiche, le feste al Leoncavallo, concerti di jazz di blues, il teatro.
All'altezza del portone dell'Anderson School i passi d'improvviso si fermano. Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano per chiedere aiuto ma intorno a loro c'è il vuoto e la solitudine di Milano. Così due persone si avvicinano con fare sbrigativo. Li bloccano. Ora i quattro si trovano faccia a faccia. Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il bavero alzato. "Siete del Centro Sociale Leoncavallo?. Fausto e Lorenzo si guardano, sono increduli. Non rispondono perché non vi è risposta alcuna.
Il senso della loro speranza si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester calibro 7,65,sparati da un professionista. Un'esecuzione. Il primo a cadere è Fausto. Poi tocca a Lorenzo. Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio si trova a breve distanza, centrato dal killer mentre tenta una fuga impossibile. Dopo quei colpi sordi la strada si fa ancora più scura e nel buio scappano come sempre gli assassini.

A oggi, per la morte di Fausto e Iaio c'é una verità storica ma manca una giustizia.
Dimenticandoli li uccideremo una volta ancora.

Daniele Biacchessi







18 marzo 2009
Milano, via Mancinelli dalle 21 alle 24.

Milano e la memoria

Sono passati trentun anni dall’omicidio di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli.
Dal 18 marzo 1978, li ricordiamo in via Mancinelli, il nostro luogo della memoria, nel quartiere Casoretto.
Per chi non ha mai dimenticato la vicenda di Fausto e Iaio.
Ai giovani che hanno la forza di credere nel loro futuro.
Per le 100.000 persone presenti dei funerali di Fausto e Iaio e per chi a diciassette anni nel 1978 scriveva sui bigliettini: “hanno ucciso due come noi,ma le nostre idee non moriranno mai”.
Per i cittadini di Milano che ricordano e non si stancano di raccontare.
Ai muri, alle lapidi, ai luoghi della memoria da difendere.
Per chi pretende verita’ e giustizia .
Per chi è consapevole oggi piu’ che mai del valore della memoria.

Maratona di letture, suoni, immagini, attraverso le voci di Antonio Pizzinato, Daniele Biacchessi, Gad Lerner, Federico Sinicato, Mauro Decortes, Associazione Luca Rossi, Danilo De Biasio, Paolo Hutter, Pierluigi Raccagni, Danila Tinelli, Adriana Maestrelli, Rosa Piro, Leoncavallo s.p.a, Benedetta Tobagi, Gianni Barbacetto, Alessandro Bertante, Mauro Scotti, Angelo Prati, gli amici di Abba, Fondazione Brambilla Pisoni, Giulio Cavalli, e i suoni di Francesco Baccini, Alessio Lega, Michele Fusiello, Gaetano Liguori, Massimo Villa.

Associazione Familiari e amici di Fausto e Iaio

Informazioni di contatto E-mail: tribu@tiscali.it Ufficio: Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio Luogo: Milano

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sabato 7 marzo 2009

Gli Invisibili (Il partito che non c'è)



Il Partito che Non C'E'.

Potere alle idee non agli uomini

Gli Invisibili è un movimento di resistenza culturale che privilegia le libertà di pensiero, la condivisione della conoscenza, il potere delle idee, rispetto al potere politico dei singoli e al pensiero unico mediatico; l’essere all’apparire; il noi all’io; il bene collettivo al tornaconto personale.

Gli Invisibili –Il Partito Che Non C’E’- non sono anonimi, ma persone che, sottoscrivendo con nome e cognome la loro appartenenza al movimento, intendono rendersi invisibili perché i valori e le idee in cui credono circolino libere e senza padrini. Il Manifesto del Partito Che non C’E’ sarà liberamente votato da tutti gli iscritti in un’Assemblea Costituente che si terrà entro un anno da oggi, altrimenti il movimento si intenderà soppresso.

Gli Invisibili possono avere uno o più portavoce, mai un leader. Possono candidarsi alle elezioni politiche esprimendo una squadra di esperti liberamente eletta. Ritengono la politica un servizio e una missione civile e riconoscono il “senso dello Stato” come un valore fondante del movimento.

Gli Invisibili si ritengono offesi e violati nella loro libertà come privati cittadini, dalla concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa nelle mani di singoli gruppi di potere, che attraverso il loro uso e abuso stanno condizionando la libera formazione del pensiero nel nostro Paese e con la concentrazione delle risorse pubblicitarie, impediscono di fatto la nascita di radiotelevisioni concorrenti. Di conseguenza, impedendo o soffocando la libera formazione e circolazione delle idee.

Gli Invisibili, attraverso la loro adesione al movimento, si dichiarano contrari alle pena di morte e alla tortura.

I membri del movimento si considerano fratelli, sono contrari a ogni forma di discriminazione fra uomo e uomo: per nascita, sesso, censo, colore della pelle, religione, orientamento sessuale o appartenenza politica. Si dichiarano altresì contrari a ogni forma di tirannia o di dittatura o regime militare e comunque di ogni governo non liberamente espresso dal voto popolare.

Gli Invisibili si riconoscono nei più alti valori dell’uomo, della giustizia, del rispetto reciproco, della solidarietà e della fratellanza universali, della cultura, dell’arte, della scienza e di ogni altra forma di arricchimento culturale, e in particolare auspicano e si impegnano perché la politica italiana: sia dedita al bene della collettività, non del proprio potere, e in particolare si opponga con rigore e fermezza al proliferare di poteri occulti che interferiscono con i diritti e i doveri individuali dei cittadini, come la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, le logge massoniche segrete, e recida i fili invisibili che collegano lo Stato a questi ed altri poteri occulti; non sia consentito ai singoli cittadini (né sotto forma di squadre, di ronde, di gruppi più o meno armati) di farsi giustizia da sé; promuova ogni forma di solidarietà per i più deboli, i poveri, gli oppressi, nel nostro come in altri Paesi. Persegua finalmente con ogni mezzo l’evasione fiscale che rende i cittadini onesti più poveri dei disonesti, limitandone la libertà. Contribuisca a ricreare un patrimonio di valori condivisi, riallacci il cittadino alle radici della storia della civiltà italiana che è stata una delle grandi culle del pensiero e dell’arte dell’umanità, invece di dividere, esacerbare gli animi, favorire le contrapposizioni e le disuguaglianze.

Gli Invisibili si riconoscono nella Costituzione Italiana nata dalla Resistenza al nazifascismo e si oppongono a chiunque intenda affrancarsene o manometterla.

In particolare, aderendo al movimento, gli Invisibili si ripromettono di osservare, tutelare e difendere l’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. L’art. 7: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. L’art.11: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. L’art.13: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.” L’art.21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” L’art.32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”. L’art. 33: “L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.” L’art. 36. “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. L’art.37: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. L’art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. L’art.53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. L’art. 101: “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. L’art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.



informazioni di contatto:

diego@diegocugia.com

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Un petalo di rosa nel tappeto orientale (NicoleRIO)

hearts_by_bussoletti



Sfioro silenzi salienti e sadici.

Perlustro souvenirs,

con la flemma delle stagioni,

adagiandomi sull'accordatura della tua voce.

Annaspano in crucci, succubi

del dubbio e del timore.

In una calotta difensiva,

solitario plenilunio,

vigilo sul tuo sonno molesto,

accompagnando il tuo respiro.

Nella tua stanza,

condenso sulla tua pelle,

dipingo corpulenti vibrazioni,

sospiro, preda della felicità.

Tradisco una costellazione,

per gioire al rumore

della tua sigla rovente.

Vogliosa di diventare sigillo di desiderio,

rassegno le dimissione dal mondo scostumato,

mentre la coralità urla di disapprovazione e di contestazione.

Al tuo risveglio,

sarò solamente un petalo di rosa

nel tappeto orientale.

NicoleRio

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mercoledì 4 marzo 2009

NO ALL’AUMENTO DELL’ETÀ PENSIONABILE DELLE DONNE.

Da un intervento di un rappresentante della CGIL su Facebook

Nel vivace, appassionato e spesse volte, purtroppo, anche sconsiderato dibattito che si è scatenato sull’età pensionabile delle donne, un silenzio regna assordante: quello sulla vigente legislazione italiana, come se in Italia non ci fosse mai stata la legge 903 del 1977, meglio nota come legge di parità di trattamento tra uomo e donna, il cui articolo 4, tuttora in vigore, ha stabilito, da ben 31 anni, che le lavoratrici, se vogliono, possono continuare a lavorare fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini e ciò anche se hanno già maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia (60 anni di età e 20 anni di contribuzione).

Addirittura le lavoratrici del pubblico impiego possono continuare a lavorare come gli uomini del loro settore fino a 67 anni di età, in base a quanto stabilito dall’art.16, comma 1, primo periodo, del decreto legislativo 503 del 1992.

Di quale discriminazione parliamo quindi?

Come CGIL riteniamo che sia veramente singolare che venga interpretata come discriminatoria una norma che è stata pensata e voluta proprio per agevolare le donne, offrendo loro un’opportunità in più, quella di scegliere se continuare o meno a lavorare.

Andare in pensione a 60 anni non è un obbligo ma soltanto un’opportunità in più per le donne.

Discriminatorio e penalizzante sarebbe, invece, costringere le lavoratrici a lavorare obbligatoriamente fino a 65 anni, tenendo conto che già oggi l’età reale di pensionamento delle donne è più alta di quella degli uomini.

Non è un caso che le lavoratrici siano infatti quasi esclusivamente titolari di pensioni di vecchiaia: ciò è dovuto al ritardato accesso al mercato del lavoro, ai lavori saltuari, precari, stagionali, al part-time, alla frammentazione della vita lavorativa che spesso è piena di buchi per dedicarsi alla cura dei figli e dei genitori, ai licenziamenti in bianco per maternità ecc; mentre i lavoratori sono soprattutto titolari di pensioni di anzianità, vera prerogativa maschile tipica di chi ha iniziato a lavorare presto con continuità e senza le interruzioni dovute ai problemi familiari.

C’è da dire, inoltre, che con la riforma previdenziale del 1995 era sta introdotta in Italia la possibilità del pensionamento flessibile con età 57 – 65 anni, uguali per uomini e donne. Tale sistema è stato stravolto dalla controriforma Maroni (legge 243 del 2004) che ha introdotto anche nel sistema contributivo l’età pensionabile fissa: 60 anni per le donne, 65 anni per gli uomini.

Come CGIL abbiamo sempre sostenuto con forza la necessità di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile: prima di tutto perché un sistema contributivo senza flessibilità non ha un senso e, poi, perché la flessibilità in uscita è, a nostro avviso, l’unico strumento valido per coniugare una reale parità di trattamento tra uomo e donna con l’esercizio delle opportunità individuali e della libera scelta ed è anche l’unico strumento che permette un vero innalzamento delle età medie di pensionamento.

Non è un caso poi che di innalzamento dell’età pensionabile delle donne se ne parli sempre quando c’è bisogno di fare cassa. Anche questa volta si afferma che con i soldi risparmiati con l’aumento dell’età pensionabile delle donne si potrebbero fare tante cose per le donne stesse: sostegno al lavoro femminile, maggiori congedi per la maternità, maggiore accredito di periodi figurativi, servizi per l’infanzia e chi più ne ha più ne metta.

Il problema vero è che a fronte di un risparmio sicuro sulle pensioni non è per nulla automatico che le risorse vengano utilizzate per le donne. Anzi, il passato ci dimostra l’esatto contrario: anche nel 1992 furono promessi servizi in cambio dell’aumento dell’età pensionabile delle donne. Tutte promesse non mantenute. Il dato vero è che l’età pensionabile è aumentata, ma i servizi non ci sono, il lavoro di cura è ancora esclusivamente sulle spalle delle donne, la doppia presenza è una costante e se non ci fossero tante nonne ad accudire bambini ed anziani neppure le figlie giovani riuscirebbero ad entrare nel mondo del lavoro.

Inoltre, come ci si può fidare di un Governo che mira solo a fare cassa sulla pelle delle donne, dei lavoratori e dei pensionati per trovare risorse per sostenere le misere ed inutili misure del provvedimento anticrisi?

Come ci si può fidare di un Governo che finora non ha mai preso un provvedimento in favore delle donne mentre ne ha presi più di uno contro?

Ricordiamo che uno dei primi atti di questo Governo è stato proprio quello di cancellare la legge 188/ 2006, legge che era stata fatta dal precedente Governo proprio per evitare i licenziamenti in bianco delle lavoratrici in caso di maternità. Che dire poi dei provvedimenti sulla detassazione degli straordinari che non favoriscono certo le lavoratrici o delle ultime misure con cui è stato tagliato il fondo per la famiglia o del taglio operato alle risorse dei Comuni che dovrebbero erogare i servizi?

Come CGIL rivendichiamo il diritto al lavoro anche per le sessantenni contro i processi di espulsione, rivendichiamo la flessibilità e la volontarietà in uscita, rivendichiamo i servizi: in presenza di tutti questi fattori infatti non c’è bisogno di alzare l’età pensionabile perché è certo che le donne da sole scelgono di rimanere più a lungo.

Proporre peraltro di innalzare l’età pensionabile in questo momento appare veramente paradossale: siamo tutti consapevoli (o quanto meno dovremmo esserlo) che a pagare la crisi saranno soprattutto i soggetti più deboli, e quando diciamo soggetti deboli facciamo sempre tutti riferimento ai giovani, alle donne e ai precari. Non dimentichiamo che molte donne sono anche giovani e sono la stragrande maggioranza dei precari!

Contro chi snocciola cifre come l’onorevole Emma Bonino (solo il 46% di donne occupate in Italia contro una media del 60% in Europa, solo 18% dei bimbi nei nidi, salari rosa inferiori del 30% a parità di mansioni con gli uomini, 3,5 milioni di donne inattive perché devono svolgere i lavori di cura) per sostenere la necessità dell’innalzamento dell’età pensionabile diciamo che tali cifre le conosciamo anche noi e che proprio per questo ci appare veramente singolare che si ritenga prioritario affermare il principio della parità di trattamento tra uomo e donna, togliendo alle donne l’unica cosa positiva che hanno nell’attuale società e cioè la possibilità di scegliere se andare in pensione a 60 anni o continuare a lavorare.

Tutti gli studi della Commissione europea confermano che le donne in Italia e in Europa studiano di più, ma vengono assunte meno, hanno meno opportunità di lavoro, a parità di lavoro hanno retribuzioni più basse, hanno meno opportunità di carriera o sono addirittura costrette al licenziamento in caso di maternità, hanno lavori saltuari, precari, discontinui, part-time, hanno a loro completo carico il lavoro di cura …: a fronte di questa situazione innegabile come si fa a dire che l’unica soluzione possibile per garantire pari opportunità alle donne è quella di costringerle a lavorare cinque anni di più? E nella situazione di crisi in cui ci troviamo?

Se non ci fosse da piangere per la disperazione di fronte ad una così inutile e dannosa proposta, forse troveremmo il coraggio di ridere come si fa davanti ad un film caricaturale dell’horror.

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lunedì 2 marzo 2009

Il malato terminale (NicoleRIO)

The_Corridor_by_gianf

Le sirene dell’ambulanza decretano l’abbandono.

L’ultima corsa, a pregare dio, ormai senza fiato.

La bestia s’è impossessata della totalità.

Nella corsia, il malato terminale dorme di un sonno cupo.

Intorno alla bara sterilizzata, aleggia un triste risveglio.

Sordo, capta il suono delle campane.

Emulano il tintinnio dello scacciapensieri.

Cieco, guarda la pioggia rigare i vetri appannati.

Schizza, qua e là, tracciando un laconico sonetto.

Il conto alla rovescia è una lancetta che stride dalla parte del cuore.

Essere o non essere?!

Il prete celebra la sua funzione.

Fedele, accompagna il sacro, con la sua demagogia.

Nel suo viso, la rassegnazione, grigia, si distingue dal nero della tunica.

Racconta storie di unione con l’universale,

guardandolo con pena,

rendendo dolce l’amaro,

con quella stessa presunzione di verità, tipica dell’autorità.

Prelievo di disillusione.

Flebo di menzogna.

Parvenza di speranza.

La necropoli emana il gusto disinfettato e neutrale.

Oggettivo.

Razionalizzato.

Si va verso la morte,

con l’incoscienza di un bambino.

Le ultime cartucce della lusinga,

avvisano dell’esordio dell’accanimento terapeutico.

La scienza non conosce il rispetto dei limiti di velocità.

Ammanettato a una bara sterilizzata,

in una domenica tetra,

narcotizzato da flaconi di morfina,

succhia l’agonizzante sangue della carne della sua storia.

Sghignazza il suo scheletro malfatto,

alla vista del traghettatore.

Incontri anche a me.

Il corridoio è gremito di anime.

La levatrice indossa la divisa.

La torre d’avorio s’agghinda di germogli.

Si cala dalla botola,

discende la scala antiscivolo,

l’anima svolazzante,

pronta a ritornare,

in un nuovo grembo.

NicoleRIO

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