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giovedì 15 aprile 2010
martedì 23 marzo 2010
Viola -di NicoleRIO
Viola emette raggi di metamorfosi a caratteri cubitali, una macroscopica trasformazione, in corsa, verso la celebre notorietà dell'incognita, un vento di occasioni che soffia, nella sua contingenza, tracciati di speranza.
Viola non è più un nome ispirato da una storia altrui, una corsia stradale, asfaltata chimicamente da poche righe di fantasia.
Viola, ora, è un colore definito e autoreferenziale; Viola, ora, ha scelto di dipingere se stessa.
In una tavolozza, ricamata di tentativi e ferite osannate, ripulita dalla sofferenza, intinge i pennelli della sua essenza, alla rinfusa; blu contemplazione, verde perseveranza, giallo libertà, grigio apatia, nero opposizione: un caotico arcobaleno in affitto, una distopia scaraventata in un quadro privo di cornice, un errare senza filo né labirinto, una camicia hawaiana dai bottoni aperti, una posta senza ricevuta di ritorno, un'assonanza parzialmente stonata, un'avanguardia di primavera.
Il solo colore che mai aveva potuto assaggiare, come fosse un frutto proibito, era il rosso passione, il rosso desiderio, il rosso amore, il piacere di essere amata, il rincorrere l'espansione dell'eccitazione, l'esposizione del sangue alla vitalità, l'abbandono all'istinto, il coprirsi con una tovaglia di stimoli, il coraggio di addormentarsi nel prato fiorito di gioia e quiete.
Hai incrociato il suo inconfondibile sorriso, una lampada al neon, nel cielo appannato e caliginoso, avido di imballaggi d'imperturbabilità, in un corridoio a senso unico, una stanza, dal cui soffitto fluttuavano delusioni, una stanza rattoppata con frammenti di soddisfazioni parziali, in sconto, una pentola che scaldava, ma cuoceva un magro pranzo, un tiro al bersaglio che offriva la sensazione di vincere, ma era, purtroppo, dinamico e virtuale.
L'hai raccolta dalla sua vita accademica, un'astratta e teorica escursione in laghi di cremazione degli istanti, nella sua guerra, infinita e ingenua, del separare il sale dal mare, convinta, così, di crescere; l'hai portata nel tetto della vita, a sfidare vertigini e a lodare il meritato riposo da squilibri e tensioni e a legare, a sbarre di ferro inossidabili, ricordi ossessivi e malinconie inutili, perversioni mancate e sconfitte cercate.
L'hai immaginata sdraiata in un cornicione di pane e rose, a guardare l'orizzonte senza occhiali da sole, senza davanzali su cui ergere barricate, senza una gola secca d'agonia, senza profili, ma solo facciate.
Per lei, hai riempito un calice di succo di fragola, per brindare alla corrente d'emozione, accesa da un dolce bacio, in quella pellicola d'alba che offriva l'energia solare per ringiovanire.
Hai creato infusi d'amore, hai cantato sogni di cuore, hai annacquato debolezze striscianti, hai scritto parole di zucchero, in tende appese a finestre con gli occhi rivolti verso oceani di "rosso".
Le hai dato biscotti d'attenzione, appiccicati non in post-it svolazzanti usa e getta, ma in cartoline d'affetto, in lettere ancorate a cuori in volo.
Al galoppo, hai riempito fascicoli di tenerezza, ninfee di parole dolci, fiumi di unione, saltando steccati di scetticismo, oltrepassando riserve, divorando esitazioni e dubbi.
Le hai donato portafogli carichi di sorrisi e abbracci a molla, sedimento di protezione.
Ti sei avvicinato a quel guscio corazzato, ma inerme, e senza neppure tirare un dado o consultare i tarocchi, ti sei iscritto al suo destino, appoggiando la tua firma nei suoi brandelli di ipotesi.
Hai annusato la sua tinta, vernice senza colorante, bellezza nascosta da una lista di maledizioni, piatto incontaminato su cui deporre la propria anima, tempesta da attenuare.
Hai rincorso la sua pelle, affondando in acque sincere e integre, abbracciando vite parallele e odore d'oriente.
Ti sei bagnato nelle correnti delle sue illusioni e dei suoi ideali; ti sei fatto avvolgere da coperte di stelle, scivolando in oasi di sole.
E, adesso, a piedi nudi, mano nella mano, appoggi la tua bocca sulla sua, penetrando la sua tonalità, donando a quella tinta, lucentezza e splendore, proiettando, sul muro della vita, i colori dell'iride.
::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::
lunedì 15 marzo 2010
Artigianato in offerta
Rotoli di nervi cranici,mosaico di specchi,assennati da pozzanghere di teoria,prospetti di soldati,caduti in un dirupo di stelle,innescano un cuore a orologeriain bambole di pezza,rincasate nell'ora del logorio.
Scaglie adottive,avide di disaffezione,s'arrampicano in torri d'avorio,pietre d'indulgenti incrostazioni,cemento putrefatto,solidificato in un sole d'inverno.
Fili di seta,in davanzali di sorrisi,speranze invocate,in gambe nostalgiche,rammentanoad acque di mare in vestagliasale di pazienzaricucito in spiagge a pagamentodestinate a voli esperti.
::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::
Pedagogia in omaggio
Deboli quadri di facciatarincorrono fatui segreti,voci vanitose incanalatein metri di sospiri affrescatida profani predatoridi cuori a noleggio.
Vomito d'ossigeno,respirato in fibre ottichericiclate,in cestini gratuiti.
Dosaggi d'esperienza,infilzati nell'occhiodel dilettante,al primo livello di vita.
Salutando pianti di ritornoin pregresse abitudinial ribasso,tempeste di fragili percezioni,in colline di fiori germogliatiin corse al futuro,scontano ringhiere di ferro,posti di blocco scavalcati,profonde lanterne dell'oggi.
::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::
sabato 13 marzo 2010
Chimere alla parete
appunta sull'architettonica taglia
ore a imbuto
di una vita a tracolla,
espressione in curva
di un dannato arco d'aborto.
Un ballo in cravatta,
crisma topografico
di un disinibito disincanto,
riversa attimi di vino di fonte
in una fatua destinazione
di morte in anticipo.
Una tovaglia dei sogni,
mozzata da un cimitero
di sguardi increduli,
elfo della mente
deriso da sirene analfabete,
registra ritardi,
perpetuati in sacre note d'addio.
Una riga d'amore
falsifica la firma
di gesso,
riva di schiuma,
ruga tediata da traini,
disossati da falci arrugginite,
cerca altrove
le chimere alla parete.
::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::
venerdì 12 marzo 2010
"Il paese della vergogna" Daniele Biacchessi & The Gang
Nessun destino umano ha cinque minuti di riserva.
“Il paese della vergogna” è più di un evento di teatro civile in cui, da un palco, lievemente mimetizzato da un leggio e leggermente appoggiato ad un microfono, un uomo chiede Giustizia con naturalezza e sincerità e racconta frammenti di storia che sfidano il tempo e si incastrano sulla pelle, fondendosi in lacrime di disperazione e di rabbia, donando un incontro fugace a generazioni non contemporanee.
Lui non costruisce nessuna architettura fatiscente, né favole in disuso, né palle di vetro, ma strade scoscese da percorrere e mattoni di assassini da disarmare, scatole di onestà e tazze di senso del dovere. Stragi da leggere, da comprendere, con coraggio e devozione, segnali di destini compiuti e di forze da mobilitare in cantieri sociali di evoluzione.
Si avvale di sforzi graffianti, di energia profonda, di voci singhiozzanti, di suoni magnetizzati, di immagini laceranti e di muri che crollano e di certezze che si riducono e di corpi che trascendono il presente e di occhi che si intersecano e di polvere da sparo che si mette di traverso e di mezzelune che ti scrutano e di sospiri che si incollano e di gambe che corrono e di mani che ti sfiorano e di biografie che diventano totalità e tutto questo te lo offre in un popolare piatto di stimoli e riflessioni, in battaglie di pensieri.
Ti trattiene dal volo, dall’incapacità di usare metafore per digerire quello che non è uno stato d’eccezione, ma marmo di atroci barbarie, una gomma di malvagità, una bolla di disumanità.
Vortici di esistenze franano e si mescolano e si baciano e vincono ciò che fa dell’uomo un non-uomo.
A intermittenza, gli impulsi raggiungono le tue vene e, alla luce di un susseguirsi di consapevolezza, istante dopo istante, nomi e vite si intrecciano con la tua identità, marcando le radici dei tuoi attuali anni di una pura essenza, per quanto sia brutale verità e, in modo più o meno brusco, si impennano sul tuo corpo.
Cala la nebbia e, anestetizzato da quelle cronache, ti senti impotente, al tramonto, senza fiato per correre e redimere il fuoco, per violentare l’erede del male e silenziare una città che ha paura.
Il sangue delle vittime si mette in fila e nessuna speranza consola giorni di brutalità e di inferno.
L’odore di morte vernicia i tuoi saperi, finora predominanti e una catena di necessità d’ossigeno non ruba l’attenzione a quel memoriale di testimonianza che mira a dar la forza per inventarsi un nuovo domani e mettere in catena fantasmi e omertà.
I suoi occhi, nel suo narrare, come un buon padre che raccoglie i fili del succedersi delle generazioni, li sfila al destino e li trascrive col gesso nella lavagna del tuo andare, si sostituiscono ai tuoi, lo stesso guardare.
Lui svela i misteri e smitizza la Patria, condanna gli assassini, taglia i fili ai burattini, ti offre del buon vino, passeggia nella storia con te, disfa ricordi.
Tutti, come per miracolo, guardano lo stesso orizzonte e incendiano la stessa resistenza perché abbia inizio, a suon di bestemmie contrarie alla rassegnazione e alla strumentalizzazione, all’ignoranza e agli abusi, un nuovo corso degli eventi.
Lo spazio e il tempo cadono di fronte ai valori e alle idee che cammineranno con le gambe dei posteri e vinceranno questo duello, iniziato tanto tempo fa.
Allora, la spettacolarizzazione si confonde con l’umanità, l’espressività e la maestria si sovrappongono ad una recitazione che definiresti tale solo per il canovaccio che si intravede in quelle scene, a scatti, di morte e infamia e ingiustizia e violenza che trabocca dai lati del palco.
La ventata di storia sbattuta in faccia, senza sconti, senza riserve fa strisciare di vergogna perfino il titolo e la locandina dello spettacolo.
Sappiamo che quelle pagine di passato non sono un errore, che non ce le chiederanno mai in sede d’esame, ma che senza memoria avremo solo cadaveri e scheletri, saremo solo ombre prive di meta, binocoli senza obiettivo.
“Il paese della vergogna” non è solo una sinossi di cultura da rinchiudere in una valigia e portare sempre con sé nel viaggio della vita, un aggregato di storie e rami di memoria da tramandare che stanno in piedi e passeggiano sul tuo corpo, sfiorandoti con dolci carezze, grazie alla voce penetrante di Daniele Biacchessi e all’accompagnamento vocale e musicale di Marino e Sandro. E’ un patrimonio collettivo da scoprire, da far ringiovanire ogni giorno, da cullare e da divorare, da inalare e bere affinché questa terra possa germogliare in un campo che ha rivendicato il suo diritto ad essere, finalmente, una distesa di pace, dopo aver messo fine a processi di decadenza e di annunci di morte in anticipo.
::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::
martedì 2 marzo 2010
L'ampolla della Vittoria
pellicola in un ascensore di sole,
distesa in una macchia di magma,
lavandosi in un ruscello di latte appannato,
biascica un'orbita di lode
ai devoti stranieri
del regno della Follia.
In una mattonella color vaniglia,
crosta assuefatta
di una dimora sporadica,
violentata da una tempesta d'adorazione,
riempiamo di sudore il tenue albeggiare
del solco dei sogni.
Sull'orlo di un prato stupefatto,
il vulcano del Tempo,
capitano del dolce venire,
s'addolora per la nostra goccia
di tempo immobile,
sospesa nel rubinetto dell'Amore.
La sete dei nostri amplessi
strappa un'estate caliente
alla prateria dei desideri.
Una torta di parole,
talismano di un cielo
plumbeo di fate turchine
raccoglie le nostre promesse
in un volo cartaceo
in righe di calamai mai stanchi.
Le porte dell'incoscienza,
falò di ossimori non legittimati,
tracciano un orizzonte proibito
sulle voglie randagie dei nostri corpi.
Il corso della corrente dei sensi
svergina il ponte del supremo fiorire del dominio
in un tripudio di norme trasgredite,
sottile prescrizione di consigli imperfetti.
L'orma di sangue
nel primo filo d'erba
non rassegnato alle dimissioni
sancisce una primavera ormai imminente.
::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::
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