venerdì 12 marzo 2010

"Il paese della vergogna" Daniele Biacchessi & The Gang

i gang biacchessi

Nessun destino umano ha cinque minuti di riserva.


“Il paese della vergogna” è più di un evento di teatro civile in cui, da un palco, lievemente mimetizzato da un leggio e leggermente appoggiato ad un microfono, un uomo chiede Giustizia con naturalezza e sincerità e racconta frammenti di storia che sfidano il tempo e si incastrano sulla pelle, fondendosi in lacrime di disperazione e di rabbia, donando un incontro fugace a generazioni non contemporanee.
Lui non costruisce nessuna architettura fatiscente, né favole in disuso, né palle di vetro, ma strade scoscese da percorrere e mattoni di assassini da disarmare, scatole di onestà e tazze di senso del dovere. Stragi da leggere, da comprendere, con coraggio e devozione, segnali di destini compiuti e di forze da mobilitare in cantieri sociali di evoluzione.
Si avvale di sforzi graffianti, di energia profonda, di voci singhiozzanti, di suoni magnetizzati, di immagini laceranti e di muri che crollano e di certezze che si riducono e di corpi che trascendono il presente e di occhi che si intersecano e di polvere da sparo che si mette di traverso e di mezzelune che ti scrutano e di sospiri che si incollano e di gambe che corrono e di mani che ti sfiorano e di biografie che diventano totalità e tutto questo te lo offre in un popolare piatto di stimoli e riflessioni, in battaglie di pensieri.
Ti trattiene dal volo, dall’incapacità di usare metafore per digerire quello che non è uno stato d’eccezione, ma marmo di atroci barbarie, una gomma di malvagità, una bolla di disumanità.
Vortici di esistenze franano e si mescolano e si baciano e vincono ciò che fa dell’uomo un non-uomo.
A intermittenza, gli impulsi raggiungono le tue vene e, alla luce di un susseguirsi di consapevolezza, istante dopo istante, nomi e vite si intrecciano con la tua identità, marcando le radici dei tuoi attuali anni di una pura essenza, per quanto sia brutale verità e, in modo più o meno brusco, si impennano sul tuo corpo.
Cala la nebbia e, anestetizzato da quelle cronache, ti senti impotente, al tramonto, senza fiato per correre e redimere il fuoco, per violentare l’erede del male e silenziare una città che ha paura.
Il sangue delle vittime si mette in fila e nessuna speranza consola giorni di brutalità e di inferno.
L’odore di morte vernicia i tuoi saperi, finora predominanti e una catena di necessità d’ossigeno non ruba l’attenzione a quel memoriale di testimonianza che mira a dar la forza per inventarsi un nuovo domani e mettere in catena fantasmi e omertà.
I suoi occhi, nel suo narrare, come un buon padre che raccoglie i fili del succedersi delle generazioni, li sfila al destino e li trascrive col gesso nella lavagna del tuo andare, si sostituiscono ai tuoi, lo stesso guardare.
Lui svela i misteri e smitizza la Patria, condanna gli assassini, taglia i fili ai burattini, ti offre del buon vino, passeggia nella storia con te, disfa ricordi.
Tutti, come per miracolo, guardano lo stesso orizzonte e incendiano la stessa resistenza perché abbia inizio, a suon di bestemmie contrarie alla rassegnazione e alla strumentalizzazione, all’ignoranza e agli abusi, un nuovo corso degli eventi.
Lo spazio e il tempo cadono di fronte ai valori e alle idee che cammineranno con le gambe dei posteri e vinceranno questo duello, iniziato tanto tempo fa.
Allora, la spettacolarizzazione si confonde con l’umanità, l’espressività e la maestria si sovrappongono ad una recitazione che definiresti tale solo per il canovaccio che si intravede in quelle scene, a scatti, di morte e infamia e ingiustizia e violenza che trabocca dai lati del palco.
La ventata di storia sbattuta in faccia, senza sconti, senza riserve fa strisciare di vergogna perfino il titolo e la locandina dello spettacolo.
Sappiamo che quelle pagine di passato non sono un errore, che non ce le chiederanno mai in sede d’esame, ma che senza memoria avremo solo cadaveri e scheletri, saremo solo ombre prive di meta, binocoli senza obiettivo.
“Il paese della vergogna” non è solo una sinossi di cultura da rinchiudere in una valigia e portare sempre con sé nel viaggio della vita, un aggregato di storie e rami di memoria da tramandare che stanno in piedi e passeggiano sul tuo corpo, sfiorandoti con dolci carezze, grazie alla voce penetrante di Daniele Biacchessi e all’accompagnamento vocale e musicale di Marino e Sandro. E’ un patrimonio collettivo da scoprire, da far ringiovanire ogni giorno, da cullare e da divorare, da inalare e bere affinché questa terra possa germogliare in un campo che ha rivendicato il suo diritto ad essere, finalmente, una distesa di pace, dopo aver messo fine a processi di decadenza e di annunci di morte in anticipo.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::

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