martedì 23 marzo 2010

Viola -di NicoleRIO

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Viola emette raggi di metamorfosi a caratteri cubitali, una macroscopica trasformazione, in corsa, verso la celebre notorietà dell'incognita, un vento di occasioni che soffia, nella sua contingenza, tracciati di speranza.
Viola non è più un nome ispirato da una storia altrui, una corsia stradale, asfaltata chimicamente da poche righe di fantasia.
Viola, ora, è un colore definito e autoreferenziale; Viola, ora, ha scelto di dipingere se stessa.
In una tavolozza, ricamata di tentativi e ferite osannate, ripulita dalla sofferenza, intinge i pennelli della sua essenza, alla rinfusa; blu contemplazione, verde perseveranza, giallo libertà, grigio apatia, nero opposizione: un caotico arcobaleno in affitto, una distopia scaraventata in un quadro privo di cornice, un errare senza filo né labirinto, una camicia hawaiana dai bottoni aperti, una posta senza ricevuta di ritorno, un'assonanza parzialmente stonata, un'avanguardia di primavera.
Il solo colore che mai aveva potuto assaggiare, come fosse un frutto proibito, era il rosso passione, il rosso desiderio, il rosso amore, il piacere di essere amata, il rincorrere l'espansione dell'eccitazione, l'esposizione del sangue alla vitalità, l'abbandono all'istinto, il coprirsi con una tovaglia di stimoli, il coraggio di addormentarsi nel prato fiorito di gioia e quiete.
Hai incrociato il suo inconfondibile sorriso, una lampada al neon, nel cielo appannato e caliginoso, avido di imballaggi d'imperturbabilità, in un corridoio a senso unico, una stanza, dal cui soffitto fluttuavano delusioni, una stanza rattoppata con frammenti di soddisfazioni parziali, in sconto, una pentola che scaldava, ma cuoceva un magro pranzo, un tiro al bersaglio che offriva la sensazione di vincere, ma era, purtroppo, dinamico e virtuale.
L'hai raccolta dalla sua vita accademica, un'astratta e teorica escursione in laghi di cremazione degli istanti, nella sua guerra, infinita e ingenua, del separare il sale dal mare, convinta, così, di crescere; l'hai portata nel tetto della vita, a sfidare vertigini e a lodare il meritato riposo da squilibri e tensioni e a legare, a sbarre di ferro inossidabili, ricordi ossessivi e malinconie inutili, perversioni mancate e sconfitte cercate.
L'hai immaginata sdraiata in un cornicione di pane e rose, a guardare l'orizzonte senza occhiali da sole, senza davanzali su cui ergere barricate, senza una gola secca d'agonia, senza profili, ma solo facciate.
Per lei, hai riempito un calice di succo di fragola, per brindare alla corrente d'emozione, accesa da un dolce bacio, in quella pellicola d'alba che offriva l'energia solare per ringiovanire.
Hai creato infusi d'amore, hai cantato sogni di cuore, hai annacquato debolezze striscianti, hai scritto parole di zucchero, in tende appese a finestre con gli occhi rivolti verso oceani di "rosso".
Le hai dato biscotti d'attenzione, appiccicati non in post-it svolazzanti usa e getta, ma in cartoline d'affetto, in lettere ancorate a cuori in volo.
Al galoppo, hai riempito fascicoli di tenerezza, ninfee di parole dolci, fiumi di unione, saltando steccati di scetticismo, oltrepassando riserve, divorando esitazioni e dubbi.
Le hai donato portafogli carichi di sorrisi e abbracci a molla, sedimento di protezione.
Ti sei avvicinato a quel guscio corazzato, ma inerme, e senza neppure tirare un dado o consultare i tarocchi, ti sei iscritto al suo destino, appoggiando la tua firma nei suoi brandelli di ipotesi.
Hai annusato la sua tinta, vernice senza colorante, bellezza nascosta da una lista di maledizioni, piatto incontaminato su cui deporre la propria anima, tempesta da attenuare.
Hai rincorso la sua pelle, affondando in acque sincere e integre, abbracciando vite parallele e odore d'oriente.
Ti sei bagnato nelle correnti delle sue illusioni e dei suoi ideali; ti sei fatto avvolgere da coperte di stelle, scivolando in oasi di sole.
E, adesso, a piedi nudi, mano nella mano, appoggi la tua bocca sulla sua, penetrando la sua tonalità, donando a quella tinta, lucentezza e splendore, proiettando, sul muro della vita, i colori dell'iride.

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lunedì 15 marzo 2010

Artigianato in offerta

filo_spinato_by_Allegra_Nutria




 

Rotoli di nervi cranici,
mosaico di specchi,
assennati da pozzanghere di teoria,
prospetti di soldati,
caduti in un dirupo di stelle,
innescano un cuore a orologeria
in bambole di pezza,
rincasate nell'ora del logorio.

Scaglie adottive,
avide di disaffezione,
s'arrampicano in torri d'avorio,
pietre d'indulgenti incrostazioni,
cemento putrefatto,
solidificato in un sole d'inverno.

Fili di seta,
in davanzali di sorrisi,
speranze invocate,
in gambe nostalgiche,
rammentano
ad acque di mare in vestaglia
sale di pazienza
ricucito in spiagge a pagamento
destinate a voli esperti.

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Pedagogia in omaggio




 

Deboli quadri di facciata
rincorrono fatui segreti,
voci vanitose incanalate
in metri di sospiri affrescati
da profani predatori
di cuori a noleggio.

Vomito d'ossigeno,
respirato in fibre ottiche
riciclate,
in cestini gratuiti.

Dosaggi d'esperienza,
infilzati nell'occhio
del dilettante,
al primo livello di vita.

Salutando pianti di ritorno
in pregresse abitudini
al ribasso,
tempeste di fragili percezioni,
in colline di fiori germogliati
in corse al futuro,
scontano ringhiere di ferro,
posti di blocco scavalcati,
profonde lanterne dell'oggi.

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sabato 13 marzo 2010

Chimere alla parete

illusioni_parallele__by_ang3llor3Una pacchiana contestazione a vetri
appunta sull'architettonica taglia
ore a imbuto
di una vita a tracolla,
espressione in curva
di un dannato arco d'aborto.
Un ballo in cravatta,
crisma topografico
di un disinibito disincanto,
riversa attimi di vino di fonte
in una fatua destinazione
di morte in anticipo.
Una tovaglia dei sogni,
mozzata da un cimitero
di sguardi increduli,
elfo della mente
deriso da sirene analfabete,
registra ritardi,
perpetuati in sacre note d'addio.
Una riga d'amore
falsifica la firma
di gesso,
riva di schiuma,
ruga tediata da traini,
disossati da falci arrugginite,
cerca altrove
le chimere alla parete.

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venerdì 12 marzo 2010

"Il paese della vergogna" Daniele Biacchessi & The Gang

i gang biacchessi

Nessun destino umano ha cinque minuti di riserva.


“Il paese della vergogna” è più di un evento di teatro civile in cui, da un palco, lievemente mimetizzato da un leggio e leggermente appoggiato ad un microfono, un uomo chiede Giustizia con naturalezza e sincerità e racconta frammenti di storia che sfidano il tempo e si incastrano sulla pelle, fondendosi in lacrime di disperazione e di rabbia, donando un incontro fugace a generazioni non contemporanee.
Lui non costruisce nessuna architettura fatiscente, né favole in disuso, né palle di vetro, ma strade scoscese da percorrere e mattoni di assassini da disarmare, scatole di onestà e tazze di senso del dovere. Stragi da leggere, da comprendere, con coraggio e devozione, segnali di destini compiuti e di forze da mobilitare in cantieri sociali di evoluzione.
Si avvale di sforzi graffianti, di energia profonda, di voci singhiozzanti, di suoni magnetizzati, di immagini laceranti e di muri che crollano e di certezze che si riducono e di corpi che trascendono il presente e di occhi che si intersecano e di polvere da sparo che si mette di traverso e di mezzelune che ti scrutano e di sospiri che si incollano e di gambe che corrono e di mani che ti sfiorano e di biografie che diventano totalità e tutto questo te lo offre in un popolare piatto di stimoli e riflessioni, in battaglie di pensieri.
Ti trattiene dal volo, dall’incapacità di usare metafore per digerire quello che non è uno stato d’eccezione, ma marmo di atroci barbarie, una gomma di malvagità, una bolla di disumanità.
Vortici di esistenze franano e si mescolano e si baciano e vincono ciò che fa dell’uomo un non-uomo.
A intermittenza, gli impulsi raggiungono le tue vene e, alla luce di un susseguirsi di consapevolezza, istante dopo istante, nomi e vite si intrecciano con la tua identità, marcando le radici dei tuoi attuali anni di una pura essenza, per quanto sia brutale verità e, in modo più o meno brusco, si impennano sul tuo corpo.
Cala la nebbia e, anestetizzato da quelle cronache, ti senti impotente, al tramonto, senza fiato per correre e redimere il fuoco, per violentare l’erede del male e silenziare una città che ha paura.
Il sangue delle vittime si mette in fila e nessuna speranza consola giorni di brutalità e di inferno.
L’odore di morte vernicia i tuoi saperi, finora predominanti e una catena di necessità d’ossigeno non ruba l’attenzione a quel memoriale di testimonianza che mira a dar la forza per inventarsi un nuovo domani e mettere in catena fantasmi e omertà.
I suoi occhi, nel suo narrare, come un buon padre che raccoglie i fili del succedersi delle generazioni, li sfila al destino e li trascrive col gesso nella lavagna del tuo andare, si sostituiscono ai tuoi, lo stesso guardare.
Lui svela i misteri e smitizza la Patria, condanna gli assassini, taglia i fili ai burattini, ti offre del buon vino, passeggia nella storia con te, disfa ricordi.
Tutti, come per miracolo, guardano lo stesso orizzonte e incendiano la stessa resistenza perché abbia inizio, a suon di bestemmie contrarie alla rassegnazione e alla strumentalizzazione, all’ignoranza e agli abusi, un nuovo corso degli eventi.
Lo spazio e il tempo cadono di fronte ai valori e alle idee che cammineranno con le gambe dei posteri e vinceranno questo duello, iniziato tanto tempo fa.
Allora, la spettacolarizzazione si confonde con l’umanità, l’espressività e la maestria si sovrappongono ad una recitazione che definiresti tale solo per il canovaccio che si intravede in quelle scene, a scatti, di morte e infamia e ingiustizia e violenza che trabocca dai lati del palco.
La ventata di storia sbattuta in faccia, senza sconti, senza riserve fa strisciare di vergogna perfino il titolo e la locandina dello spettacolo.
Sappiamo che quelle pagine di passato non sono un errore, che non ce le chiederanno mai in sede d’esame, ma che senza memoria avremo solo cadaveri e scheletri, saremo solo ombre prive di meta, binocoli senza obiettivo.
“Il paese della vergogna” non è solo una sinossi di cultura da rinchiudere in una valigia e portare sempre con sé nel viaggio della vita, un aggregato di storie e rami di memoria da tramandare che stanno in piedi e passeggiano sul tuo corpo, sfiorandoti con dolci carezze, grazie alla voce penetrante di Daniele Biacchessi e all’accompagnamento vocale e musicale di Marino e Sandro. E’ un patrimonio collettivo da scoprire, da far ringiovanire ogni giorno, da cullare e da divorare, da inalare e bere affinché questa terra possa germogliare in un campo che ha rivendicato il suo diritto ad essere, finalmente, una distesa di pace, dopo aver messo fine a processi di decadenza e di annunci di morte in anticipo.

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martedì 2 marzo 2010

L'ampolla della Vittoria

fc778715b61fb58f4cb1ba37d9fc0d83Una mezzaluna in parentesi,
pellicola in un ascensore di sole,
distesa in una macchia di magma,
lavandosi in un ruscello di latte appannato,
biascica un'orbita di lode
ai devoti stranieri
del regno della Follia.
In una mattonella color vaniglia,
crosta assuefatta
di una dimora sporadica,
violentata da una tempesta d'adorazione,
riempiamo di sudore il tenue albeggiare
del solco dei sogni.
Sull'orlo di un prato stupefatto,
il vulcano del Tempo,
capitano del dolce venire,
s'addolora per la nostra goccia
di tempo immobile,
sospesa nel rubinetto dell'Amore.
La sete dei nostri amplessi
strappa un'estate caliente
alla prateria dei desideri.
Una torta di parole,
talismano di un cielo
plumbeo di fate turchine
raccoglie le nostre promesse
in un volo cartaceo
in righe di calamai mai stanchi.
Le porte dell'incoscienza,
falò di ossimori non legittimati,
tracciano un orizzonte proibito
sulle voglie randagie dei nostri corpi.
Il corso della corrente dei sensi
svergina il ponte del supremo fiorire del dominio
in un tripudio di norme trasgredite,
sottile prescrizione di consigli imperfetti.
L'orma di sangue
nel primo filo d'erba
non rassegnato alle dimissioni
sancisce una primavera ormai imminente.

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domenica 14 febbraio 2010

A caldo. Al tramonto

albaA caldo indosso grondaie di te,
in collane di mitra puntati
a spalle d'ossessione.
A caldo rovisto in sedili contemplati da salotti d'utopia,
trasfigurata in espressività salubre.
A caldo volo in praterie di cioccolato,
fuso in corpi sparati
di vite coincidenti, per caso.
A caldo domino colombe di pace,
riversate in germogli di cieli,
avvolti in pittoreschi ringraziamenti d'argento.
A caldo mi ubriaco d'aria dedicata a batterie,
gocciolanti d'energia di giardini autentici.
A caldo cavalco nuvole di un precoce agosto,
ritagliato nel manto di gelo a denti stretti.
A caldo lavo l'anima della fantasia
nella sensuale sorgente dell'unità.
A caldo strappo i tuoi occhi alla sentinella di fuoco,
vigilante la terra dell'etere.
A caldo cucino ritratti di chimica,
snaturata in sacchi a pelo d Amore.
A caldo lecco finestrini di mondo,
trasudanti di fuorigioco
in panchine d'inverno.
A caldo mi addenso in vetri di scale,
aggrappate alla vita.
A caldo graffetto attenzioni
in un ponte levatoio di bisogni,
infettati da deformi riflessi
sulla neve dell'illusione.
A caldo inalo bandiere sventolanti
nel lungo miele della bassa.
A caldo saluto canzoni,
intonate in malinconica sete
d'assidua presenza spaziale.
A caldo siedo nel trono del trionfo,
se guardo te ascoltare il suono del cuore
che pietrifica il passato
in una presentificazione obliqua
di baci.

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