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CHI SONO
- Michelangelo Cervellera (Giondalar)
- Milano, Milano, Italy
- Ecco una parola io sono: una parola che significa a volte nulla a volte un infinito. (Kahlil Gibran)

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lunedì 13 luglio 2009
domenica 12 luglio 2009
Fratello
eletto per genio e per impegno, credo di zelo e conoscenza
quando infermità prevale?
Depone lo scudo e il destriero; serra le porte all’arsenale
e cede al giogo.
Torto il corpo, irrigidito, fisso lo sguardo della resa,
vuoto e intimidito tace.
Il ring, l’arena, la sua impresa: un giaciglio di gomma come brace,
in ridotto recinto casa e tetto.
Due tubi di metallo per testate, due sbarre in legno alle fiancate,
candide lenzuola profumate e noi ai piedi del tuo letto,
passivi, e più capaci a niente, aggiorniamo il tuo intimo diario.
Adorato germano a noi diletto, vani al tuo misero calvario,
impotenti ci frustiamo il petto.
Freddo il sole s’allontana, gli ultimi giorni si trascina
di questa scarpinata umana spesa a spezzar la schiena.
Marcata la tua impronta, singolare, rimarrà nel tempo sempre uguale,
forse bizzarra, esuberante, capricciosa, ma nata di un cervello geniale.
(08/05/2009)
::::::: ::::::: Postato da © ugomastro ::::::: :::::::
Volato
sei volato a bordo d’un sospiro,
facendo di tua pena mio rimorso.
Ormai, felice sei sbarcato dove,
per panorama il mondo,
miri giocondo quel che hai lasciato.
Lambito di giorni senza notte
Stupisci di grazia senza data
e di luce chiara e sfolgorante
riempi d’eterno la giornata.
Prospera lì la nostra stirpe,
dimorano con te i nostri affini,
ti son vicini, t’han riconosciuto?
Vagano sorretti da colombe
o di suoni di trombe affascinati
osannano proni i prodigi divini?
Oh come vorrei esserti accanto,
dividere con voi tanto fulgore
che il solo pensier suscita pianto
misto a letizia ed infinito amore.
(Giugno 2009)
::::::: ::::::: Postato da © ugomastro ::::::: :::::::
Stelle
le lucciole della mia infanzia
e ancora son belle
quando le ricordo
a tanta distanza da quei giorni.
E poi, il galoppo del fedel destriero,
solo i contorni e le disarcionate,
forse era un ronzino quel corsiero!
Ma qualche vittoria torna alla memoria.
Alti castelli progettati e storie,
alcune iniziate, altre finite,
oggi macerie del mio tempo,
penetrante odor di altre vite.
Imbandito è il desco,
ma poco illuminato,
l’ultima cena s’avvicina:
ho riflettuto, a tutto ho ripensato
ma si, che ne è valsa la pena.
(2009)
::::::: ::::::: Postato da © ugomastro ::::::: :::::::
Siamo così
Se a dieci infanzia e dopo adolescenza,
tra venti e trenta sarebbe gioventù,
pieno splendore, totale incandescenza;
i quaranta e cinquanta varran di più:
vigore, esuberanza, la maturità;
ed i sessanta forse chiameremo
terzi vent’anni della verde età.
Quindi a settanta ci accontenteremo
d’esser chiamati sapienti illuminati,
anche se per molti già rintronati.
E quelli di ottanta, quelli che saranno;
Interezza avanzata detta senescenza?
Qui siamo agli anni dell’età inoltrata,
all’atletico salto nell’abisso, verso la fine!
Perché? Diciamo:“Quattro volte vent’anni”
e al confine dei novanta “tre volte trenta”.
Un giro di parole adatto ai compleanni,
vanto assoluto della deficienza,
dell’età tremenda di quando ti tormenta
anche soltanto sollevare un dito,
per dire, chiamare, esprimere un parere
e quindi per udire:
Ritengo un grande sbaglio classificare gli anni,
faremmo invece meglio a studiarne i danni.
(Giugno 2009)
sabato 4 luglio 2009
I QUATTRO ASSI
una nuova creatura era stata ideata in me,
nata da un tradimento di congiungimento
con un desiderato sovversivo, in possesso di un ammanco di notorietà.
Rinchiusa in una botola,
ansimando un addio,
frutto di una cospirazione cinica,
che prendeva fiato dalla tua bocca,
ho donato al corteggiamento
un compassionevole saluto d’inizio.
Con un piano di scardinamento
delle vecchie incrostazioni,
ho giocato l’asso di cuori,
immaginandomi regina senza trono,
in un quadro d’epoca.
Ti ho venduto la mia femminilità,
immaginandoti un pianista,
capace di percorrere l’infinita distanza di quella tastiera.
In un’area di sosta di una città poco educata,
l’erosione della mia staticità
si è imbattuta nel concepimento del desiderio.
Mascherata da una pellicola,
rasata ogni forma di buonismo e purezza,
indossati i panni del mio alter ego,
in un’alba misteriosa ed enigmatica,
astuta stratega della seduzione,
ho generato un perverso senso del non ritorno.
Ho rinunciato al ricamo
su di un istinto folcloristico,
continuando a farmi giocoliere,
per tagliare il filo rosso del traguardo.
La caparbietà della tradizione,
ha assunto le sembianze di un precetto.
Celibe speranza prematura,
ti ho svincolato da un patto unilaterale.
Da dietro la staccionata,
ho visto l’esproprio di questa fisionomia.
Ma questa escursione,
fuori da ogni metafora,
m’incute timore.
Me ne torno alla mia dimora medievale,
indossando l’ennesima armatura,
sopra una pelle squamosa,
continuando a limare lidi tetri,
che il sorriso non è vittima di possessività,
ma è stampato nella bocca
di quel cappellaio matto
su cui riposa la mia nudità.
::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::
lunedì 22 giugno 2009
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