domenica 12 luglio 2009

Fratello

Cosa rimane del guerriero, stratega dell’intelligenza,

eletto per genio e per impegno, credo di zelo e conoscenza

quando infermità prevale?

Depone lo scudo e il destriero; serra le porte all’arsenale

e cede al giogo.

Torto il corpo, irrigidito, fisso lo sguardo della resa,

vuoto e intimidito tace.

Il ring, l’arena, la sua impresa: un giaciglio di gomma come brace,

in ridotto recinto casa e tetto.

Due tubi di metallo per testate, due sbarre in legno alle fiancate,

candide lenzuola profumate e noi ai piedi del tuo letto,

passivi, e più capaci a niente, aggiorniamo il tuo intimo diario.

Adorato germano a noi diletto, vani al tuo misero calvario,

impotenti ci frustiamo il petto.

Freddo il sole s’allontana, gli ultimi giorni si trascina

di questa scarpinata umana spesa a spezzar la schiena.

Marcata la tua impronta, singolare, rimarrà nel tempo sempre uguale,

forse bizzarra, esuberante, capricciosa, ma nata di un cervello geniale.

(08/05/2009)

::::::: ::::::: Postato da © ugomastro ::::::: :::::::

Volato

Il tuo tempo ha sospeso il corso,

sei volato a bordo d’un sospiro,

facendo di tua pena mio rimorso.

Ormai, felice sei sbarcato dove,

per panorama il mondo,

miri giocondo quel che hai lasciato.

Lambito di giorni senza notte

Stupisci di grazia senza data

e di luce chiara e sfolgorante

riempi d’eterno la giornata.

Prospera lì la nostra stirpe,

dimorano con te i nostri affini,

ti son vicini, t’han riconosciuto?

Vagano sorretti da colombe

o di suoni di trombe affascinati

osannano proni i prodigi divini?

Oh come vorrei esserti accanto,

dividere con voi tanto fulgore

che il solo pensier suscita pianto

misto a letizia ed infinito amore.

(Giugno 2009)



::::::: ::::::: Postato da © ugomastro ::::::: :::::::

Stelle

Finirono stelle

le lucciole della mia infanzia

e ancora son belle

quando le ricordo

a tanta distanza da quei giorni.

E poi, il galoppo del fedel destriero,

solo i contorni e le disarcionate,

forse era un ronzino quel corsiero!

Ma qualche vittoria torna alla memoria.

Alti castelli progettati e storie,

alcune iniziate, altre finite,

oggi macerie del mio tempo,

penetrante odor di altre vite.

Imbandito è il desco,

ma poco illuminato,

l’ultima cena s’avvicina:

ho riflettuto, a tutto ho ripensato

ma si, che ne è valsa la pena.

(2009)

::::::: ::::::: Postato da © ugomastro ::::::: :::::::

Siamo così

Se a dieci infanzia e dopo adolescenza,

tra venti e trenta sarebbe gioventù,

pieno splendore, totale incandescenza;

i quaranta e cinquanta varran di più:

vigore, esuberanza, la maturità;

ed i sessanta forse chiameremo

terzi vent’anni della verde età.

Quindi a settanta ci accontenteremo

d’esser chiamati sapienti illuminati,

anche se per molti già rintronati.

E quelli di ottanta, quelli che saranno;

Interezza avanzata detta senescenza?

Qui siamo agli anni dell’età inoltrata,

all’atletico salto nell’abisso, verso la fine!

Perché? Diciamo:“Quattro volte vent’anni”

e al confine dei novanta “tre volte trenta”.

Un giro di parole adatto ai compleanni,

vanto assoluto della deficienza,

dell’età tremenda di quando ti tormenta

anche soltanto sollevare un dito,

per dire, chiamare, esprimere un parere

e quindi per udire:

Ritengo un grande sbaglio classificare gli anni,

faremmo invece meglio a studiarne i danni.

(Giugno 2009)

::::::: ::::::: Postato da © ugomastro ::::::: :::::::

sabato 4 luglio 2009

I QUATTRO ASSI

Per un lasco di tempo equivalente a una battuta da 4/4,

una nuova creatura era stata ideata in me,

nata da un tradimento di congiungimento

con un desiderato sovversivo, in possesso di un ammanco di notorietà.

Rinchiusa in una botola,

ansimando un addio,

frutto di una cospirazione cinica,

che prendeva fiato dalla tua bocca,

ho donato al corteggiamento

un compassionevole saluto d’inizio.

Con un piano di scardinamento

delle vecchie incrostazioni,

ho giocato l’asso di cuori,

immaginandomi regina senza trono,

in un quadro d’epoca.

Ti ho venduto la mia femminilità,

immaginandoti un pianista,

capace di percorrere l’infinita distanza di quella tastiera.

In un’area di sosta di una città poco educata,

l’erosione della mia staticità

si è imbattuta nel concepimento del desiderio.

Mascherata da una pellicola,

rasata ogni forma di buonismo e purezza,

indossati i panni del mio alter ego,

in un’alba misteriosa ed enigmatica,

astuta stratega della seduzione,

ho generato un perverso senso del non ritorno.

Ho rinunciato al ricamo

su di un istinto folcloristico,

continuando a farmi giocoliere,

per tagliare il filo rosso del traguardo.

La caparbietà della tradizione,

ha assunto le sembianze di un precetto.

Celibe speranza prematura,

ti ho svincolato da un patto unilaterale.

Da dietro la staccionata,

ho visto l’esproprio di questa fisionomia.

Ma questa escursione,

fuori da ogni metafora,

m’incute timore.

Me ne torno alla mia dimora medievale,

indossando l’ennesima armatura,

sopra una pelle squamosa,

continuando a limare lidi tetri,

che il sorriso non è vittima di possessività,

ma è stampato nella bocca

di quel cappellaio matto

su cui riposa la mia nudità.

::::::: ::::::: Postato da © NicoleRIO ::::::: :::::::