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L’aria marcava le stagioni,
c’era il verde allora,
c’era la fontana
a pacar la sete di passioni;
dai miraggi oscurata del progresso
non era complice la luna.
I tramonti magici e l’aurora,
e nei campi ci si lavorava.
Azzurri i cieli, fantastici
incisi con lampi d’infinito.
Serena, la voce di campana
rammentava la pace
e la confidenza con tutti
e l’indulgenza d’ognuno.
Attenta, s’affacciava la luna,
furtiva veniva a spiare,
sbucava fra i nembi,
si vedeva nel cielo vagare
e, volendo, potevi sognare.
I lumi eran pochi, così i lampioni,
regnava il silenzio
e la notte ammantava il mistero.
Ora, luci, bagliori e palazzi,
oscurano il cielo e stelle
tra folla, rumori e schiamazzi
le sere non sono più quelle.
Un tempo, ogni vicolo buio
celava un ingenuo segreto,
bastava un baglior di finestra
ed ecco ideata un’orchestra.
Progetti d’ingenua speranza,
pretesti di un cuore discreto,
ad impegnar la serata
tra canti, sospiri e baldanza:
la solita cricca schierata
d'accordo a far la serenata.
Qualcuno gridava al bordello
ma era vero, era sano, era bello.
(Maggio 2010)
Ugo Mastrogiovanni
La dolcezza trionfale
di grazia infantile,
l’incontro fatale
mi ritorna in mente
dei suoi sedici anni.
Crepuscolare, fremente,
il pallore del suo volto
nel verde pallido degli elci.
Tremava,
e la strana magia della sera
accarezzava le felci
che sfiorando strappava.
Messaggi ed auspici d’oro
i suoi brividi freschi.
Fu stupendo, fu bello,
ma non la vidi più.
Non le torsi un capello,
né ci tornai laggiù.
(aprile 2010) Ugo Mastrogiovanni
Bigio s’affannava il fiume
corrucciato
scrollandosi di dosso,
e dalle crespe schiume
le luci rosse della sera
e gli ultimi colori dell’estate.
Restava a galla solamente
il costume vano degli umani
i peccati tramortiti e ciechi
e lo sporco dell’intelligenza.
Ma da lontano, fortunatamente,
a fargli luce gli correva addosso
clemente un suono di campana
l’indulgenza del vespro
e la prece umana
dimentica del resto.
(febbraio 2010)
Ugo Mastrogiovanni
Era retto, educato
era nato perbene,
sangue blu nelle vene
corretto e garbato,
solerte e accurato.
Disponibile e colto
la voce sommessa
parlava poco
ascoltava molto.
Eppure era assente.
A capo chino
fuso alla gente
non udiva niente,
neppure il vicino.
Se qualcuno gridava
non si voltava.
Un boato, uno schianto
non lo agitava.
Mai il passo interrotto
da un tuono improvviso,
da un urlo o da un botto.
Impassibile e amaro,
pensava qualcuno,
se pure uno sparo
di fianco all’orecchio,
insensibile il vecchio.
Ormai non è più
è solo un ricordo
quel vecchio incurante,
scontroso e distante.
In molti pensarono
fosse un balordo
Invece era buono
onesto e perbene
sembrava così
perché era sordo.
(novembre 2010)
Ugo Mastrogiovanni