mercoledì 29 aprile 2009

Fiore di poesia (Alda Merini)

fiore di poesia



Io non ho bisogno di denaro.

Ho bisogno di sentimenti,

di parole, di parole scelte sapientemente,

di fiori detti pensieri,

di rose dette presenze,

di sogni che abitino alberi,

di canzoni che facciano danzare le statue,

di stelle che mormorino agli orecchi degli amanti.....

Ho bisogno di poesia,

questa magia che brucia la pesantezza delle parole,

che risveglia le emozioni e da colori nuovi.




(Alda Merini)

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1° Maggio

portella_della_ginestra,_renato_guttuso

La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all'aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C'era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell'odore di polvere da sparo.

La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.

Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell'Italia repubblicana.

Tratto da http://www.misteriditalia.it/

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venerdì 24 aprile 2009

25 aprile 2009

25 aprile 2009

25 APRILE 1945 - 25 APRILE 2009

Difendiamo la Costituzione della Repubblica italiana nata dalla Resistenza contro ogni tentativo di snaturarla, di svuotarla, di svilirla.


“La Costituzione è un testamento, un testamento di 100mila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”

Queste parole di Piero Calamandrei, uno dei Padri della Patria sono tremendamente attuali. La Costituzione è minacciata sempre più da pericolosi segnali di ostilità ignorando così la storia con assurde proposte di parificazione tra chi ha combattuto ed è stato ucciso per la libertà e chi ha collaborato con l’occupante. Da qui la necessità di respingere con fermezza tutti i tentativi di chi vuole reciderne le radici che la legano alla Resistenza, alla lotta partigiana, alla guerra di Liberazione nazionale.

Gli Italiani tutti hanno pagato un prezzo altissimo per la conquista della libertà che oggi 25 aprile celebriamo. In questo dolore, in questa lotta e in questo sacrificio affondano le loro radici la nostra Repubblica e la nostra Costituzione che la storia chiama tutti a riconoscere come matrice della nostra comunità nazionale.



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mercoledì 22 aprile 2009

Gratitudine

gratitudine


Messomi in cerca della gratitudine
d’essa scovai tanti risvolti:
scarsa attitudine al saluto,
scontroso distacco in molti volti
per i più passai per sconosciuto,
e fui immerso in altra latitudine.
L’apparenza salvata da qualcuno
disse “ossequi” e si voltò a ritroso.
Per quanto gremita fu la strada,
tanto più solo mi sentii quel giorno;
servo mi sembrò d’essere stato
e schiavo alla mensa degli stolti,
l’acqua di fonte che avevo dato
disseccava i germogli.
Sperai così che forse al mio ritorno
avrei trovato la luce che cercavo,
regno defunto ma di pochi colti
che capaci di ogni soluzione
alzarono un’ara alla riconoscenza
ampliando la loro migrazione
nell’esclusivo mondo della conoscenza.
Ugo Mastrogiovanni

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Ora so

Ora so da vecchio che:
nobile, puro, ineguagliabile,
irripetibile fu il bene dell’infanzia.
Ora so perché l’adolescenza
s’alimentava di ribellione;
perchè quegli anni e i capelli neri
sarebbero durati una stagione.
Ora so perché d’adulto fu l’intelligenza
che oltre al dono della conoscenza
mi concesse quello d’ascoltare.
Ora so perché la dea felicità
fa viaggio a braccetto della carità
e perché sarebbe stato saggio
serbar disprezzo per la falsità.
Ora lo so che si spegne il bene
scambiando la passione per amore.
Ora so ch’è come scorticare un cuore
se non trasformi in lacrime il dolore.
Ora so perché la notte è fabbrica di sogni.
Ora so perché per quanto ti bisogni
sempre di più il denaro non è Dio.
Ora so perché leggo al buio senza occhiali,
perchè trovo fragole al posto delle stelle.
Ora so perchè premia molto l’obbedienza;
che i libri non sostituiscono il maestro
se vuoi che la cultura muti in scienza.
Ora so perché sarebbe stato giusto
non metter troppa fretta al tempo
e alla noia innalzare un busto.
Ora so perché, deviata la rotaia,
avrei accresciuto la distanza,
ma non evitato la vecchiaia.

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La decima di Ugo Mastrogiovanni

Fermo, inflessibile, severo,
ecco mi spia inaspettato
il giudizio passato insalutato.
Tutto il trascorso è maculato d’eco;
ormai lontano, vecchio, svalutato,
neppure il ricordo l’avrebbe riesumato.
Mi si esige la decima pagata,
non importa della menta o della ruta
purché comunque lo sia stata.
Non reclama lo spreco, molto strano!
Sordo e vano mi rimbomba in testa:
< Se avessi > e < Se io fossi stato…>,
mi assalgono i “Se”, tantissimi “Però”,
qualche < Si sarebbe prevenuta…
oppure, invece..>.
Posso presentargli un “pagherò”?
Meglio gridare qualche prece
o tacere e bere la cicuta.

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sabato 18 aprile 2009

Torino, 6 dicembre 2007 (Poesia di Maria Lupo)

thyssenkrupp

Non sono bianche

ma rosse di sangue e fatica,

di lotte e ingiustizie,

le morti sul lavoro,

per il lavoro,

un lavoro da conservare,

un lavoro perduto.

Non sono bianche

ma nere di paura e dolore,

le braccia le gambe le vite

travolte e stritolate

da crolli e incendi

e macchine assassine.

Non sono bianche

le speranze sofferte

nelle fabbriche e nella strada,

nella guerra quotidiana

così simile a quella lontana:

un nemico noto

alle spalle e non di fronte a noi,

un benefattore che uccide,

dall’inizio del mondo.

Maria Lupo

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