Le sirene dell’ambulanza decretano l’abbandono.
L’ultima corsa, a pregare dio, ormai senza fiato.
La bestia s’è impossessata della totalità.
Nella corsia, il malato terminale dorme di un sonno cupo.
Intorno alla bara sterilizzata, aleggia un triste risveglio.
Sordo, capta il suono delle campane.
Emulano il tintinnio dello scacciapensieri.
Cieco, guarda la pioggia rigare i vetri appannati.
Schizza, qua e là, tracciando un laconico sonetto.
Il conto alla rovescia è una lancetta che stride dalla parte del cuore.
Essere o non essere?!
Il prete celebra la sua funzione.
Fedele, accompagna il sacro, con la sua demagogia.
Nel suo viso, la rassegnazione, grigia, si distingue dal nero della tunica.
Racconta storie di unione con l’universale,
guardandolo con pena,
rendendo dolce l’amaro,
con quella stessa presunzione di verità, tipica dell’autorità.
Prelievo di disillusione.
Flebo di menzogna.
Parvenza di speranza.
La necropoli emana il gusto disinfettato e neutrale.
Oggettivo.
Razionalizzato.
Si va verso la morte,
con l’incoscienza di un bambino.
Le ultime cartucce della lusinga,
avvisano dell’esordio dell’accanimento terapeutico.
La scienza non conosce il rispetto dei limiti di velocità.
Ammanettato a una bara sterilizzata,
in una domenica tetra,
narcotizzato da flaconi di morfina,
succhia l’agonizzante sangue della carne della sua storia.
Sghignazza il suo scheletro malfatto,
alla vista del traghettatore.
Incontri anche a me.
Il corridoio è gremito di anime.
La levatrice indossa la divisa.
La torre d’avorio s’agghinda di germogli.
Si cala dalla botola,
discende la scala antiscivolo,
l’anima svolazzante,
pronta a ritornare,
in un nuovo grembo.
